Colazione da Hegel.

Triangolo semiotico 1

Ecco a voi un post dedicato a dei concetti basici di linguistica. L’idea mi è venuta da un piacevole dibattito su Hegel. Esatto, ho usato volontariamente piacevole ed Hegel nella stessa frase! Da questa chiacchierata, che ha toccato anche i concetti di denotazione e connotazione, è nato questo articolo, che non è altro che un’introduzione generale ad alcune basi della disciplina.

Sappiamo che a ogni concetto corrisponde un segno linguistico e, nel suo Cours de linguistique générale, Ferdinand de Saussure ci dice che il segno linguistico, come generalmente ogni altro segno, è biplanare, poiché è composto da significante e significato. Il pimo componente, il significante, non è altro che ciò che noi percepiamo del segno linguistico, la parola associata a una determinata cosa. Il secondo aspetto, il significato, invece, è l’informazione espressa da quel significante, l’idea associata a quella parola. Se prendiamo come esempio casa, il significante sarà la parola (scritta o pronunciata) casa, mentre il significato saranno tutte le idee associate che questo segno richiama nella nostra mente. Queste due parti sono inscindibli, l’oggetto concreto, chiamato referente, non può esistere senza di loro; ecco perché, nel suo Cours, a pagina 144, Saussure afferma che “l’entité linguistique elle n’existe que par l’association du signifiant et du signifié: dès que l’on ne retient qu’un de ces éléments, elle s’évanouit; au lieu d’un objet concret, on n’a plus devant soi qu’une pure abstraction.”.

Da questi concetti più generali, ci spostiamo ora alla parte della linguistica che, invece, analizza il significato: la semantica. Questa disciplina ci presenta, innanzitutto, la distinzione tra vari tipi di significato. La prima opposizione che troviamo, e che interessa questo post in particolare, è quella tra il significato denotativo e quello connotativo.

Il significato denotativo, o denotazione, si potrebbe definire come il più oggettivo, perché si riferisce a ciò che il segno rappresenta, identifica il referente; il significato connotativo, o connotazione, invece, è quello soggettivo, ciò che noi intendiamo, in base alle nostre sensazioni ed esperienze, per quel determinato segno linguistico. Tornando all’esempio precedente, quindi, il significato denotativo di casa potrebbe essere “edificio, delimitato da mura e formato da stanze, usato come abitazione”, mentre il significato connotativo sarebbe “luogo accogliente, confortevole, caldo, ecc.”. Da ciò, si deduce che la denotazione è un aspetto più esteso del significato, perché la sua descrizione è più generale (oggettiva, come abbiamo detto), e quindi condivisa da più persone. La connotazione, al contrario, dipende dall’esperienza personale che ognuno di noi ha di quel referente: per me, casa può essere un luogo accogliente, associato all’idea di rifugio dal resto del mondo, mentre per qualcun’altro può semplicemente rappresentare il punto d’appoggio in cui lasciare le proprie cose tra un viaggio e l’altro.

L’unione di denotazione e connotazione ci porta a un’altro dualismo del significato. Questi due aspetti insieme danno vita al significato linguistico, ben distinto dal significato sociale. Gaetano Berruto, nel suo Corso elementare di linguistica generale, a pagina 90, ci spiega chiaramente questo concetto quando parla dei saluti e dei pronomi. Ci dice, per esempio, che “Buongiorno ha come significato linguistico ‘auguro una buona giornata’ ma come significato sociale ‘riconosco colui, colei o coloro a cui indirizzo il saluto come persona; instauro un’atmosfera cooperativa di possibile interazione’”. Ci ammonisce inoltre sul fatto che “in espressioni di questo genere, usate per regolare i rapporti sociali fra i parlanti e non per descrivere la realtà esterna, quello che conta fondamentalmente è appunto il significato sociale”.

Tralascerò altri dualismi, come quello tra significato lessicale e significato grammaticale, che esulano in parte dall’analisi che mi ero prefissa per questo post, ma c’è spazio in altri articoli per qualsiasi aspetto della linguistica. Un concetto che vorrei trattare è, però, quello dell’enciclopedia, che Berruto vuole distinguere dal significato in generale, e da quello connotativo in particolare, e che mi lascia perplessa; a pagina 91, il professore ci dice ancora che, mentre il significato è, in ogni suo aspetto, codificato, le conoscenze enciclopediche dipendono “dalla conoscenza del mondo esterno che noi abbiamo in quanto esseri viventi in un determinato ambiente”. Gli esempi che ci propone, però, non chiariscono il concetto o, per meglio dire, non lo differenziano in modo esaustivo dall’idea connotazione. Il confine è labile, come è ovvio che sia, visto che entrambi dipendono da un punto di vista soggettivo e da una approccio personale con quel determinato referente.

Sempre parlando della relazione tra esperienza, cultura e lingua, si può citare una posizione estrema, nata all’interno della scuola americana, la cosiddetta ‘ipotesi Sapir‑Whorf’. Questa, però, con una visione in un certo senso opposta alla precedente, ci dice che sono le forme linguistiche a influenzare la realtà, che la lingua limita e veicola il modo in cui noi sperimentiamo il mondo. Se questo può, in parte, essere vero, perché, tra le altre cose, il nostro modo di categorizzare il tempo o le azioni dipende da come questi vengono espressi nella nostra lingua, non possiamo accettare la formulazione nella sua totalità. Questa ipotesi, infatti, implica che tutto ciò che viviamo e sentiamo possa essere espresso a parole, perché la nostra esperienza del mondo dipende dalla nostra lingua; in realtà, spesso ci siamo trovati nell’impossibilità di spiegare ciò che sentiamo, o non siamo stati soddisfatti dalla scelta dei termini usati da noi stessi per descrivere qualcosa. Allo stesso modo, i cosiddetti bilingui dovrebbero avere contemporaneamente due diverse esperienze della stessa realtà, una per ogni lingua parlata; detto così, il fenomeno sembra più vicino allo sdoppiamento di personalità che al bilinguismo. Quindi, nonostante abbia voluto citare questa posizione, perché importante all’interno dello strutturalismo americano, non mi sento di poterla accettare in modo assoluto.

Torniamo ora al segno linguistico, punto focale di questa analisi, e parliamo di una delle sue principali caratteristiche: l’arbitrarietà, anch’essa trattata, tra gli altri, da Saussure. I segni linguistici sono arbitrari perché associati a un referente per convenzione; non esiste, infatti, tra il referente e il significante, nessuna connessione assoluta; è per questo motivo che ogni lingua ha un significante diverso associato a uno stesso referente (al referente casa è associato il significante casa in italiano, maison in francese, house in inglese, e così via). Allo stesso modo, il significato è arbitrario, perché non per tutti casa richiama la stessa idea: per una persona, casa può rappresentare un edificio su due piani, con giardino e posto macchina, e situato in periferia, mentre per un’altra può essere un appartamento al quinto piano, senza giardino e in centro città.

Non voglio dilungarmi eccessivamente su questo tema, che darebbe probabilmente materiale per un intero libro (e tanti, infatti, sono quelli che sono stati scritti su questi argomenti), né voglio entrare qui in dettaglio sui vari livelli di arbitrarietà, e neppure sulle eccezioni, ma non disdegno di farlo se qualcuno di voi fosse interessato. Il mio obiettivo era quello di introdurre i concetti di denotazione e connotazione, tra gli altri, per aprire un dibattito che esuli dal semplice ambito linguistico e si colleghi invece alla filosofia e a quanti più campi possibile.

La lingua, come è ovvio che sia, non è qualcosa di esatto e di indipendente dalle interpretazioni; è, invece, un essere vivo, che cambia continuamente, influenzata dagli altri aspetti della vita, e anche da noi stessi, che la forgiamo a nostro piacere. Questa libertà e malleabilità è ciò che rende interessante e complicato il lavoro della traduzione, perché nulla è certo, e non esiste una sola versione. Ogni traduttore avrà una diversa opzione per lo stesso testo, e anche uno stesso traduttore avrà più versioni dipendendo dal momento. Come diceva sempre il buon John Hyde durante le lezioni di lingua inglese, “if I ask you which is the translation of a word, you should always answer ‘it depends’”.

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2 Comments

  1. Thank you, Joseph, for this great post. I won’t say anything about the suggestion of using Google translation because I know that it is sometimes useful, even if it does awful things too often. Your example of your experience with your first approach with connotation when reaching your house is really interesting; I recall something similar, even if not that strong. I was already an adult, maybe that’s why it didn’t shock me so much, but I perfectly remember two episodes.
    The first one was seeing an English guy writing “W” on a page. It was a nice, round letter that nothing had to do with how I used to write it. It can sound silly, but, when I showed him my “W”, he said to me “I’ve never seen this”. It was not just a writing difference, it was a cultural difference, I discovered that day. For English speakers, that letter is a double-u, while for Italian speakers it is a double-v, hence the difference in our writing, confirmed by a great number of native speakers of both languages. Of course, since then, I started writing “W” in an English way, but that is an example of how feelings can influence our lives, not of how languages do!
    The second example has to do with our way of counting on our hands. For me, and I think for Italians in general, one is done with the thumb, and two with the index and the middle finger. Always talking to the same guy, I discovered that, for him, two was done with the thumb and the index finger, because in the UK showing the index and middle fingers is a not too polite way of asking someone to go away.
    These examples, the same as yours, show in a very clear way what you correctly call linguistic relativism, but I would say that the question is a lot wider than the one you ask, not just “to what extent can two people who speak different languages come to an understanding by pointing at the same house?” but “to what extent can two different people come to an understanding by pointing at the same thing?” This reminded me to my early studies of philosophy, and I confess that I had to go back to my books and my notes to check. Wasn’t that Protagoras’ idea? That reality depends on who perceives it?
    From my weird point of view, I can’t help seeing cyberpunk representation of the world as the dirty talking in a language. Cyberpunk (I am not an expert, on the contrary, so I hope I am not wrong) is just a dark way of depict the human fight against injustice and the wish to change the world: Dark Angel is no different from Revenge, even if the location is different; and Matrix is just a different way of saying what Plato already said, that the world we know is a dream, and that reality is other than that. Well, isn’t it dirty talking just a different way of being romantic? Isn’t it the too often used “I love you” without the roses and the teddy bears? Isn’t it cyberpunk another Breakfast at Tiffany’s with dark alleys and computers?

    Reply
  1. as a matter of fact it’s all dark: cyberpunk, language, and the two worlds | The Kugelmass Episodes

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