“Bilingual… whatever that means!”

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Come promesso nell’introduzione, eccomi qua con uno dei temi più difficili: il bilinguismo. So benissimo di essere un’estremista su questo punto, e sono, senza dubbio, in buona compagnia (chi cito nel titolo è solo uno dei tanti esempi; qualcuno di voi avrà sicuramente riconosciuto la mitica, non sempre in senso positivo, Helen Campbell). Inoltre, non penso di poter esaurire il tema con questo post, ma voglio almeno iniziare, sperando che apra una piacevole discussione.

Per me, bilingue non è altro che un’etichetta vuota se riferita a una persona. Tutti la usano, ma nessuno le attribuisce lo stesso significato; molti, addirittura, le danno una connotazione diversa in base al momento e al discorso. Lo stesso Freddi, nel suo Psicolinguistica, sociolinguistica, glottodidattica. La formazione di base dell’insegnante di lingue e di lettere, in un unico paragrafo, ci definisce bilingue come “colui che conosce perfettamente l’italiano e il tedesco, l’italiano e l’inglese, l’italiano e lo spagnolo, ecc.” (il grassetto è mio), per poi dirci che “il bilinguismo può essere, per così dire, totale o parziale”. Come possiamo, mi chiedo, combinare perfettamente e parziale? Spesso, inoltre, e come si vede anche in Freddi, per capire a cosa ci si stia riferendo, a bilingue bisogna aggiungere un aggettivo (b. parziale, b. precoce, ecc.). Se Freddi non mi lascia nulla chiaro, il dizionario Treccani non mi aiuta comunque, visto che, alla definizione 2.a, afferma che bilingue è colui “che usa normalmente e correntemente due lingue”. Perfetto, a me questo dice poco o niente, perché praticamente tutte le persone che ho conosciuto durante la mia vita corrispondono a questa descrizione. Quindi, mi trovo in una situazione in cui tra persona e bilingue dovrebbe esistere una relazione di iperonimia che non ho mai visto riscontrata nella  realtà.

Lasciamo ora da parte la teoria e prendiamo degli esempi concreti. Vorrei iniziare con la situazione di noi sardi: dovremmo essere considerati bilingui, perché parliamo da sempre sia il sardo che l’italiano e li abbiamo imparati in contemporanea. Quanti di noi, però, possono davvero usare le due lingue indifferentemente in qualsiasi contesto? Ben pochi, che, di solito, coincidono con coloro che hanno studiato il sardo all’università. Vi cito come esempio una conversazione con il mio adorabile papà; è un dialogo risalente a qualche giorno fa e dedicato ai cambi nel gusto che arrivano a una certa età (come ho già detto nell’introduzione, non ho studiato il sardo: per le mie trascrizioni, mi baso su poche regole che conosco, e qualsiasi correzione è, quindi, benvenuta):

Originale Italiano
Gino: Casi ca prima no mi praxiada su pisci a budhiu, e immui no mi arrachediri.

Emma: Ma cussu no bolli nâi nudha, sceti ca immui ses sanau.

Gino: Naras tui ca fia mobadiu candu mi arrachediada?

Emma: Mi parriri aici atotu.

Gino: No nç’at mabi!

Gino: Prima mi piaceva da morire il pesce lesso, e ora non mi va proprio.

Emma: Quello non vuol dire nulla, solo che sei guarito.

Gino: Dici che ero malato prima, quando mi piaceva?

Emma: Direi proprio di sì.

Gino: Andiamo bene! 

Come potete vedere, la conversazione è avvenuta in sardo, e il sarcasmo era presente e condiviso da entrambi, cosa da non sottovalutare quando si parla di competenze in una determinata lingua, ma questo non mi rende assolutamente bilingue, perché in sardo non potrei trattare un’infinità di argomenti che comunque conosco. Mio padre è, senza dubbio, molto più vicino di me all’utopistico bilinguismo, perché le sue competenze linguistiche in italiano e sardo praticamente coincidono, e potrebbe virtualmente parlare di quasi tutti i temi che conosce in entrambe le lingue. Ma, per la stragrande maggioranza di noi, ciò non accade. Quindi, più precisamente, ci troviamo di fronte a un fenomeno di diglossia (nel caso di mio padre, di gran parte della sua generazione e di molte generazioni successive alla sua), o di dilalia (nel caso della mia generazione e di quelle vicine alla mia). Il fatto che spesso si parli di bilinguismo con diglossia non fa che rafforzare la mia opinione di bilinguismo come di un termine‑contenitore che ingloba tutti i vari fenomeni che si riconducono al  parlare due lingue ma senza indicare, di per sé, nulla di chiaro.

Ovviamente, non posso non citare l’esempio di chi semplicemente studia una lingua straniera a scuola, iniziando dai sei anni. Ne parlo perché, quando ancora studiavo a Cagliari, mi capitò di assistere a questa discussione surreale. Una persona, senza nessun parente o contatto straniero, e che non aveva mai risieduto all’estero, cercava di imporre la propria traduzione inglese ad altri colleghi, anche con un certo disprezzo. Era così sicura di aver ragione? Certo, e questo perché, a suo dire, era bilingue: aveva studiato inglese fin dalla prima elementare! Non conosco bene la situazione attuale delle scuole, né dell’insegnamento della lingua straniera ai bambini e ai ragazzi, ma sì ciò che ho vissuto io, e quindi anche lei. Io non ho studiato la lingua straniera dalla prima elementare, ma altre persone vicine a me l’hanno fatto, e non avevano né un livello più alto del mio, né una pronuncia migliore (considerando il mio livello di francese all’epoca, questo non è per niente un complimento). Siamo sicuri, quindi, che questa persona si potesse definire bilingue solo per quel motivo? È vero che imparare una L2 nei primi anni di vita può portare a risultati infinitamente migliori, ma stiamo parlando di situazioni in cui si impara la lingua nella sua totalità, e con una certa immersione nell’ambiente culturale, non di due ore a settimana con insegnanti che sono italiani e che, se si è fortunati, hanno imparato la lingua con qualcosa di più di un mini corso di aggiornamento.

Certo, ci sono tanti casi diversi, generalizzare è sempre un errore. Tanti colleghi si trovano in una situazione simile alla mia, hanno vissuto per tanti anni all’estero e hanno studiato lì traduzione e interpretazione. I più fortunati, hanno potuto comunque lavorare verso la propria lingua materna; altri, si sono dovuti accontentare di averla come langue source o, come nel mio caso, hanno dovuto incrociare le combinazioni. Mi ritengo io, per questo, bilingue con lo spagnolo? No, e non ci devo pensare prima di rispondere. Durante gli studi salmantini mi veniva più naturale interpretare verso lo spagnolo che verso l’italiano, nonostante questa sia la mia madrelingua? Senza dubbio, perché ormai avevo attivato in castigliano il vocabolario dei temi trattati e le strategie che ti salvano in cabina, ma continuavo a inciampare nei particolari più ridicoli, che non sarebbero mai un problema per una persona con spagnolo come L1 (con una certa cultura, ovviamente). Ecco che, per esempio, hoja de ruta era la risposta immediata al sentire tableau de bord, o confidencialidad al sentire privacy; però, c’era una pausa (e, a volte, il suggerimento segreto da fuori, lo ricordo con affetto) al posto di Océano Índico o di Dardanelos. Non erano nozioni astruse che non avrei mai potuto conoscere, sono nomi che si imparano alle elementari e che non verrebbero neppure processati coscientemente in simultanea, ma di cui non si conosce sempre l’esatta pronuncia o grafia in un’altra lingua.

Chissà, magari questo mio rifiuto per la dicitura bilingue non deriva solo dalle esperienze personali con colleghe presuntuose e persone che usano il termine senza cognizione di causa. Probabilmente, deriva anche dalla mia formazione e dal mio ambiente di lavoro. Non ricordo, infatti, da quanto non sento esperti del campo usare questa parola in modo positivo. Spesso, addirittura, “è bilingue” è un eufemismo per “non è adatto a fare l’interprete” (non è la mia opinione, sia chiaro, ma mi è capitato varie volte di vedere questo termine usato in questo modo, e parlerò in un prossimo post dell’essere o no adatto a fare l’interprete).

Per concludere con un po’ di ironia, vi voglio porre una domanda, che è anche una provocazione. Se è vero, come si dice, che “traduttore traditore”, e che, secondo la definizione 2.b del dizionario Treccani, bilingue significa anche “falso, doppio, bugiardo”, pensate che, seppur non adatti all’interpretazione, i bilingui possano quindi essere degli ottimi traduttori?

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