Quindi sei un’interprete? Non ti saresti potuta cercare un lavoro come chiunque altro?

Cari lettori, questo post, per niente serio, si riferisce, in parte, all’idea espressa nell’articolo sul bilinguismo: chi è adatto a fare l’interprete e chi no? In realtà, l’ispirazione maggiore me l’ha data la piacevole chiacchierata di qualche giorno fa con Manuela Busia (link al suo sito coming soon), amica di lunga data e ottima interprete:

Manuela -Non so se anche da voi lo facessero, ma noi cercavano sempre di sminuirci e demoralizzarci.

Io -Intendi, per esempio, dirci che non ci facevamo nulla e che avremmo dovuto studiare in Italia, e questo ogni giorno per due anni? Direi di sì, ma con tutto l’affetto del mondo!

Da questo, si può dedurre che una delle principali doti dell’interprete debba essere la forza di volontà, perché praticamente nessuno, durante la formazione, ti dirà che hai fatto un’ottima scelta iscrivendoti a un corso per interpreti, o che hai le doti necessarie per diventare un buon professionista, o anche solo che troverai lavoro, e sta a te credere di potercela fare, e di non star solo sprecando il tempo. Ovviamente, alla forza di volontà non guasta aggiungere una buona dose di pazienza, e anche di talento per far entrare le informazioni da un orecchio e farle uscire dall’altro!

Questo può sembrare uno scherzo, o un’esagerazione, ma non è assolutamente così, un’interprete dev’essere forte e temprato per affrontare le sfide quotidiane del mestiere. La prima sono senza dubbio i clienti, persone che, se accettano il preventivo, hanno un’idea di te come di un ibrido tra cameriera, donna delle pulizie, segretaria e povera inutile che, non avendo altro da fare, si è messa a fare qualcosa per usare le lingue che conosceva. Poi ci sono le attrezzature, che non funzionano mai quando devono (ma, per fortuna, si guastano anche al momento giusto e ti salvano: ne sappiamo qualcosa Gaia e io, visto che la nostra console si è guastata proprio quando la signora italiana voleva parlare in inglese); quando questo succede, l’interprete, contro ogni logica e volontà, dice (e poi se ne pente) “preferirei la consecutiva, almeno so che tutta la tecnologia necessaria sono il blocco e la penna”.

Per quanto riguarda, invece, le competenze linguistiche, in my humble opinion, non esistono norme fisse per essere un interprete. Si devono conoscere le due lingue, source and target, con, in particolare, un dominio impeccabile della propria L1, perché è verso di essa che si interpreterà la maggior parte delle volte. Ovviamente, una certa dimestichezza nelle altre è necessaria perché, comunque, ci sono sempre le occasioni in cui si andrà in attiva (trattativa, domande e risposte, retour). Ma, in realtà, ho conosciuto ottimi interpreti che parlavano le lingue straniere in modo pessimo, senza che questo li danneggiasse in alcun modo. Senza dubbio, chi non è del mestiere crede anche che, per essere interpreti, basti conoscere le lingue (a chi non è capitato di sentirsi dire cose del genere e, immediatamente, di odiare la persona che le ha dette?). A questa visione riduttiva, nonché svilente, del nostro lavoro, rispondo con la professionalità che merita (cioè nessuna): verissimo, così come per essere farmacisti basta studiare a memoria i bugiardini e per essere ingegneri serve solo aver giocato abbastanza coi Lego!

Altra cosa che si dice di dover avere è una buona combinazione, o tante lingue di lavoro. Anche questo è un mito; una buona combinazione aiuta, ma non esiste un modo per sapere qual è, dipende dalla situazione (personale, ma anche geografica), e dal momento. La stessa cosa vale per il numero; uno può, virtualmente, avere solo una lingua (l’inglese ma non solo) e lavorare tantissimo, o averne quattro e non lavorare per niente, perché non esiste richiesta.

Passiamo ora al mio tema preferito: essere bilingue aiuta o danneggia? Di solito, i non esperti pensano che, per essere interpreti, si debba essere bilingui, mentre chi è del campo afferma che questi siano pessimi professionisti. Punti di vista? In un certo senso, anche se bisogna ammettere che, spesso, ci sia più interferenza fra le due lingue nel caso dei bilingui che in chi le ha imparate come L2. Questo può, quindi, essere un ostacolo, perché la lingua d’arrivo deve essere perfetta, e qualsiasi intromissione dell’originale è una pecca nel risultato. Qual è la mia opinione su questo punto? In un certo senso, si potrebbe dire che la mia posizione sia semplicista: i bilingui non esistono, quindi anche il problema scompare. In realtà, riconosco che, in molti casi, i cosiddetti bilingui abbiano più difficoltà interpretando perché, per loro, molte espressioni non hanno bisogno di essere tradotte da una lingua all’altra. Ma, ancora una volta, ogni situazione è diversa.

Per concludere, si può dire che non esistano ricette perfette per essere buoni interpreti, né, tanto meno, regole uniche. Per essere dei buoni professionisti bisogna saper interpretare bene, as easy as that, e questo dipende dalla pratica, non dall’ambiente linguistico in cui si è cresciuti o dagli studi fatti.

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