Traduttor non porta pena.

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Chi di noi non si è sorpreso o non ha riso quando ha scoperto il titolo originale di un film, vedendo che non ha nulla a che fare con quello italiano? Sicuramente ben pochi. Io stessa devo ammettere che questo tema ci ha fatto divertire più di una volta quest’estate, quando cercavamo di parlare di film con gli amici statunitensi, e avevamo sempre difficoltà a capire quali citassero loro. Dopo un paio di esempi, decidemmo che, spesso, il titolo italiano rivela direttamente la fine del film. È famosissimo il caso di The sound of music / Tutti insieme appassionatamente, ma a me piace anche Horrible Bosses / Come ammazzare il capo… e vivere felici. In realtà, ancora adesso, non passa una settimana senza che mi senta dire: “Have you seen this movie? Wait, in Italian it must be something like ‘He’s sick and he dies’”. Il problema non è il fatto che scherzino sulle traduzioni, ma che spesso ci azzecchino!

Fin qui, può sembrare che io sia un’altra che critica i traduttori audiovisivi per aver fatto un lavoro orrendo e aver rovinato un’opera d’arte. In realtà, con questo post vorrei proprio difendere questa categoria. Partiamo dal principio che il traduttore sia innocente, non perché io sia di parte (sì, anche per quello, ovviamente) ma, soprattutto, per altre due ragioni: primo, avrà avuto un buon motivo per fare quella scelta; secondo, siamo tutti bravi a ricordarci del traduttore se sbaglia una volta, ma quanti escono dal cinema e dicono “Complimenti per quella splendida battuta resa perfettamente in italiano”? E mi sto immaginando i traduttori che, mentre leggono questo, sorridono e bisbigliano “Io l’ho fatto”; la cosa triste è che è vero, lo facciamo; mentre ascoltiamo i dialoghi italiani, se ci piace una frase, nella nostra testa immaginiamo come potrebbe essere quella originale!

Perfetto, il secondo motivo serviva semplicemente a farvi sentire in colpa, ma è del primo che vorrei parlare più approfonditamente in questo post: avrà avuto un buon motivo. Ovviamente, non nego l’esistenza di quell’esigua percentuale di traduttori che non si sa perché siano finiti a fare quel lavoro, ma è un numero che non giustifica nulla, la ragione dietro certe scelte sfortunate è più seria, e cercherò di chiarirla.

Prima di tutto, non dobbiamo dimenticare che la situazione è diversa ora da quella che poteva essere quarant’anni fa, o anche solo venti, perché ora molti titoli restano in inglese, cosa che prima non succedeva. Questo può sembrare una fattore di poco conto, ma chiediamoci cosa avrebbe fatto un traduttore, trovandosi davanti un titolo come Full Monty, in un periodo in cui lasciarlo in inglese non era ben visto. Si sarebbe trovato in un bel dilemma, visto che il corrispettivo italiano non è così perfetto come l’espressione originale.

Un caso simile è quello, di cui esistono innumerevoli esempi, dei riferimenti culturali che complicano il lavoro del traduttore. Pensiamo a Walk the line, il meraviglioso film sulla vita di Johnny Cash; in italiano è Quando l’amore brucia l’anima. La scelta, estrema, non è totalmente criticabile, richiama in parte l’idea dell’originale e non rovina la fine (non dimentichiamo mai questo particolare); ciò che manca, però, è il richiamo alla famosissima canzone dello stesso Cash. Io ho il DVD in spagnolo, e si chiama En la cuerda floja, e il problema è lo stesso. Se devo essere sincera, ce l’ho da quattro anni, perché era in regalo con un giornale, ma l’ho visto solo due settimane fa, perché prima non avevo idea di cosa parlasse. Quando ho scoperto il titolo originale, la prima cosa a cui ho pensato è stata quella canzone, a cui sono molto affezionata, e, dopo essermi informata sul film, non ho esitato a guardarlo. Avevo bisogno del riferimento implicito nel titolo originale? Sì, e non credo di essere l’unica, e mi dispiace che si sia perso nelle traduzioni, nonostante capisca la difficoltà di tenere un titolo come Walk the line per il pubblico italiano o spagnolo. In quei casi, accetto, per esempio, la scelta di aggiungere un sottotitolo: Walk the line – La vita di Johnny Cash non mi sarebbe dispiaciuto. È la tecnica che è stata usata, per esempio, in Good Will Hunting, che in italiano diventa Will Hunting – Genio ribelle per l’impossibilità di tenere il gioco di parole inglese (però un po’ mi state rivelando cosa succede nel film, siamo sinceri).

Passiamo ora a un altro esempio che mi è tanto caro: Pirates of the Caribbean – The curse of the Black Pearl, che in italiano è La maledizione della prima luna. Dove sono finiti i pirati? Dov’è il richiamo all’attrazione dei parchi Disney da cui la storia e molte scene sono tratte? Tutto sparisce per parlare di una maledizione qualunque, e questo nonostante sia incredibilmente facile fare una traduzione letterale mantenendo il riferimento presente nell’originale. Il problema, in questo caso, è più grave, perché il film apre una trilogia (o anche più di tre film, purtroppo) che ha bisogno di un filo conduttore; questo, in italiano, si perde fin dall’inizio.

Sinceramente, quella è stata una scelta sfortunata che si accoda a tanti altri esempi di sequels con titoli che nulla hanno a che fare con i film che li hanno prededuti: Terapia e pallottole e Un boss sotto Stress per Analyze This e Analyze That; la serie Die hard che, dopo Trappola di cristallo e 58 minuti per morire, ha dovuto capitolare e accettare di includere qualcosa di comune a tutti anche in italiano, visto che non sembravano intenzionati a smettere di fare altri episodi. In questo caso, ho notato che il DVD presenta il primo film come Die hard – Trappola di cristallo, mentre la locandina del 1988 aveva solo il titolo italiano. La stessa cosa, ovviamente, succede con La maledizione della prima luna, ribattezzato Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna per l’uscita in DVD. Ripensamento tardivo o tentativo di salvare il salvabile? Un po’ l’uno e un po’ l’altro, probabilmente. Una cosa è sicura, quando c’è un problema di questo tipo coi film, e sono necessari cambi negli episodi successivi, non si può fare come per i libri, e aggiungere una nota del traduttore per spiegare le proprie ragioni, come è successo, per esempio, nella versione italiana del quarto libro su Harry Potter (fatto che non voglio spiegare qua ma che, statene pure certi, non mancherà di essere trattato in futuro).

Un caso particolare è quello di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, che diventa Se mi lasci ti cancello. La citazione di Pope, che credo venga anche usata nei dialoghi, ha sicuramente delle traduzioni più che accettabili in italiano. Stravolgendo così tanto il titolo, la versione italiana fa pensare a una commedia “alla Julia Roberts”, come le chiamo io, ricordando esempi come Se scappi ti sposo / Runaway bride, cosa che poco ha a che fare con il genere del film di Gondry, correggetemi se sbaglio. Perché, allora, eliminare un riferimento culturale così facile da tradurre, visto che qualcuno l’ha già fatto per noi? Perché non si conosce l’opera? Ne dubito, visto che viene citata nello stesso film, il motivo dev’essere un altro, e ci stiamo arrivando.

So di star citando solo esempi che sembrano mettere in cattiva luce il traduttore, ma non è così. È risaputo che, purtroppo, questo non è poi così libero di agire come si può pensare; se già le agenzie e i clienti, a volte, impongono limiti, ci si può immaginare la pressione esercitata, nel caso del cinema, dalle case produttrici e di distribuzione. Se loro dicono che qualcosa deve essere in un modo, ci sono poche proteste che valgano, chi paga ha ragione, e agisce in base al mercato. Quindi, non mi stupisce che la macchina della distribuzione sia la colpevole di scelte come quella di abbandonare un verso di Pope per prediligere un titolo romantico e sdolcinato (siamo sinceri, questo è il genere di film che ha successo, molto più di uno che si presenta con una citazione culturale); e così anche nel caso di Walk the line, la scelta è tra richiamare subito la vita dissoluta di un personaggio complicato o puntare sull’amore… ovviamente, si sceglierà di mettere la parola amore nel titolo per attirare un buon 15% di spettatori in più.

Un esempio lampante di questa tendenza è, secondo me, The Brothers Grimm, in italiano I fratelli Grimm e l’incantevole strega. Siamo sinceri, il ruolo di Monica Bellucci è marginale (per durata e qualità), e non vedo alcuna utilità nell’includerla nel titolo, a meno che non sia una questione di soldi. In Italia, si è parlato tanto della sua partecipazione e, probabilmente, i detentori del potere decisionale speravano che fosse un richiamo per una certa fascia di pubblico che, altrimenti, non sarebbe mai stata interessata a quel tipo di film.

In sostanza, autoproclamati esperti in traduzione che vi dedicate a insultare i traduttori in blog e pagine internet, perché non ve la prendete un po’ con lo spettatore medio e i suoi gusti (o la mancanza di gusto) quando si tratta di televisione o di cinema? Sappiate che lui è più colpevole del traduttore per i titoli che tanto vi urtano!

Ricordo che, durante una conferenza, ci parlarono anche di esempi di traduzioni di dialoghi che, in spagnolo, non avevano senso perché letterali, ma che erano state comunque imposte dal produttore perché rispettavano l’originale; ho cercato di ritrovare questi casi tra i miei appunti ma, purtroppo, non li avevo segnati. Mi farebbe un immenso piacere se qualcuno che ha seguito con me il convegno di Soria sulla traduzione audiovisiva, o chiunque conosca dei casi simili, li presentasse.

Il mondo del cinema è pieno di traduzioni assurde, e sarà sempre così, e spero di continuare a scherzare sui titoli come ho fatto fino a oggi. Però, è giusto riconoscere i meriti e le colpe a chi li ha. Sia che si tratti di sottotitoli o di doppiaggio, i nostri professionisti sono bravissimi, e lo dimostrano le migliaia di film i cui dialoghi ci sembrano naturali e non sentiamo come traduzioni. Se i traduttori commettono degli errori (e i titoli raramente rientrano tra questi), non è perché sono degli incapaci che sono capitati lì per caso, è perché sono umani, così come lo sono i grandi registi nonostante non notino un orologio al polso di un centurione romano in una scena in costume. I traduttori sono solo degli intermediari che fanno un ottimo lavoro, e lo fanno nonostante le condizioni imposte, pensateci bene prima di criticarli ancora!

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