Harry Potter and the Deathly Translations

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Salve a tutti, eccomi nuovamente qua, dopo vari giorni di silenzio, a farvi i miei auguri di buone feste e a regalarvi questo post, acido come sempre. È da un po’ che stavo pensando di scriverlo, ma poi abbandonavo sempre il progetto, per un motivo o per un altro. Sicuramente, la difficoltà del tema non ha aiutato, e neppure l’esempio che volevo citare, quello della saga di Harry Potter, che mostra scelte traduttive azzardate e, spesso, altamente criticabili.

Sappiamo già che tradurre, contrariamente a ciò che tanti dicono, non è una cosa facile, non basta conoscere due lingue per essere un traduttore. Veramente, neppure conoscere due lingue è cosa da poco (sto parlando di conoscerle realmente, non di essere capaci di andare in un bar in un paese straniero e comprare due succhi di frutta, quello lo so fare anche in lingue che non conosco).

Durante i primi anni di scuola, imparando una lingua straniera, o anche solo il latino, abbiamo lavorato spesso a cosiddette traduzioni che, in realtà, erano semplicemente esercizi volti a imparare il vocabolario o a usare le regole di grammatica appena studiate. Non era altro che un lavoro di frammentazione di testi, spesso creati appositamente per quello scopo, frasi o capoversi decontestualizzati, trasferiti parola per parola nell’altra lingua. Questo tipo di lavoro è più simile a una vivisezione che a una traduzione. Per essere più precisi, credo somigli abbastanza alle lezioni di medicina in cui si sezionano i cadaveri: lo scopo non è quello di far funzionare nuovamente il corpo, solo di capire come funziona ogni singolo organo per poi essere capaci di curare o operare un essere umano vivo.

Per tradurre, servono tante competenze che non si acquisiscono automaticamente imparando una lingua, perché la traduzione non è un semplice travaso da un codice linguistico a un altro. In realtà, quella è la parte minore dell’attività traduttiva: tradurre è più un lavoro di mediazione tra due culture, a volte vicine ma non per forza; è trasmettere un messaggio in modo che il destinatario riceva tutto ciò che ha ricevuto il lettore originale; è ricreare, nella lingua d’arrivo, la stessa realtà che c’era nella lingua di partenza. Ci dice la professoressa Hurtado che la “traducción es […] un acto de comunicación complejo y hay que tener en cuenta todos los elementos que la integran en cada caso, ya que todos ellos participan en su desarrollo y la condicionan” (2001: 41), e Danica Seleskovitch afferma che “traduire signifie transmettre le sens des messages que contient un texte et non convertir en une autre langue la langue dans laquelle il est formulé” (Seleskovitch e Lederer, 1984 : 256).

Spesso, questo lavoro ci pone davanti delle scelte difficili, e sta al traduttore decidere quali di quelle, secondo lui, siano le più corrette, ben sapendo che, qualunque opzione prediliga, verrà contestato. Senza dubbio, una decisione spesso criticata, ma anche molto coraggiosa, è stata quella della versione italiana di Harry Potter. In questo caso, la traduttrice, al momento di lavorare al primo volume della serie, si è trovata davanti nomi propri con chiari riferimenti ai caratteri o all’aspetto dei personaggi e delle case, nomi comuni inventati, creature fantastiche e quant’altro. Il compito di rendere tutto ciò in italiano non era facile, perché il dubbio principale era se fosse preferibile lasciarli in originale, rispettando ciò che aveva creato l’autrice, ma facendo perdere tanto al lettore della traduzione, o adattarli alla lingua d’arrivo, inventando i nomi e avvicinandoli alla nostra cultura. In entrambi i casi, si sarebbe perso qualcosa. Inoltre, bisogna anche tenere in conto che quello era solo il primo di sette libri, e che gli altri sei non erano ancora stati scritti; quindi, ogni decisione poteva avere delle serie ripercussioni sulle traduzioni successive.

La scelta, dal mio punto di vista, non è stata sempre fortunata. Capisco, per esempio, le versioni italiane, seppure estreme, dei nomi dei personaggi, perché aiutano ad avere un’idea più chiara dei caratteri, cosa che l’originale non avrebbe ottenuto. Ci sono, comunque, decisioni dubbie, come quella di passare da Dumbledore a Silente, visto che le due idee sono abbastanza in contrasto e danno due visioni diverse del preside. Mi piace, invece, la traduzione di muggles con una parola come babbani che, seppure inventata, è formata secondo i criteri della lingua italiana, e rende la lettura molto più scorrevole di quanto non succeda con la versione spagnola, che ha tenuto l’originale.

Sono, invece, totalmente contraria alla scelta di usare i nomi delle contrade del Palio di Siena per le case di Hogwarts. Sono nomi già esistenti, strettamente legati a una realtà tipicamente italiana che nulla ha a che fare con quella del libro, e il loro utilizzo è semplicemente fuorviante, oltre che rischioso. Inoltre, esteticamente non richiamano i quattro simboli delle case originali, tanto che, nel quarto volume della saga, la traduttrice è costretta a cambiarne uno, perché l’emblema è totalmente diverso da quello usato dalla Rowling, e ad aggiungere una nota alla traduzione (che potete trovare qui) per spiegare il motivo del cambio.

In questo caso, probabilmente, sarebbe stato meglio non azzardare così tanto, e scegliere un nome, simile all’originale per assonanza e descrizione, che non creasse troppi problemi, visto che in questa saga nulla è lasciato al caso; la simbologia è molto importante, e modificarla anche solo in parte all’inizio rischia di causare una reazione a catena che può generare una valanga nell’ultimo libro. Nella riedizione dell’opera, avendo finalmente a disposizione la storia completa, e consapevole dei problemi, la stessa casa editrice italiana ha deciso di apportare delle modifiche alla traduzione originale, in modo da rendere i libri uniformi e da limare le differenze con l’inglese, così come ci spiega l’editore in una nota sul sito.

Credo che l’autrice abbia preso troppo sul serio, portandola addirittura all’estremo, l’idea di equivalenza dinamica propugnata da Nida: non si è limitata ad avvicinare l’opera alla nostra cultura per renderla più intelligibile, ha direttamente trasferito Harry Potter, un libro chiaramente ambientato nelle terre britanniche contemporanee, in un mondo medievale italiano che nulla ha a che fare con l’originale.

In questo caso, penso che l’autrice si sia concessa una libertà eccessiva, ma è il mio punto di vista, visto che considero la traduzione come un’attività testuale e comunicativa, piuttosto che come un puro atto  comunicativo che prescinde dal testo di partenza pur di comunicare il senso in quello d’arrivo. So che molti non condividono le mie opinioni, e sono pronta ad accettare commenti e critiche, ma mi chiedo se sia vero ciò che ci dice Nida sull’equivalenza dinamica, e cioè che “as long as the change follows the rules of back transformation in the source language of contextual constituency in the transfer, and of transformation in the receptor language, the message is preserved and the translation is faithful” (Nida e Taber, 1982: 200), perché mi sembra che siamo un po’ lontani dalla fedeltà. Ma, in fondo, chi sono io per giudicare questo aspetto, soprattutto dopo aver chiamato il mio blog Une belle infidèle?

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