Sulla traduzione verso la lingua straniera.

Vi propongo la parte dell’introduzione alla mia tesi del 2005 dedicata alla traduzione attiva. Ho apportato poche modifiche, quasi esclusivamente di punteggiatura, per rendere il testo più scorrevole. Ci tengo a far notare che, tra le altre cose, usavo il termine bilingue con più nonchalance di quanto non faccia ora. Ho anche aggiunto un link alla versione inglese della “Raccomandazione di Nairobi”, di cui traduco il punto 14d, perché tante sono le parti interessanti, come lo scarsamente rispettato punto 7.

 ***

INTRODUZIONE A LA TRADUZIONE ATTIVA IN UN TESTO FANTASY: STREGHE

Affrontare questo lavoro traduttivo mi ha dato modo di avvicinarmi al problema della traduzione attiva e di diventare anche parte in causa del dibattito. Come sappiamo, questo è un tema scottante di cui si discute tanto e su cui i pareri degli studiosi sono discordanti.

In realtà, l’opposizione tra sostenitori e detrattori della traduzione attiva è relativamente recente, e risale al 1500. Fino a quel momento, si traduceva verso entrambe le direzioni, e numerose erano, per esempio, le traduzioni verso il latino, ritenuto lingua franca.

Numerosi sono gli esperti che criticano la traduzione verso la lingua straniera e,  se alcuni arrivano all’estremo dicendo che la traduzione attiva non esiste, il punto di vista  dei detrattori sembra abbastanza comune. Le critiche più aspre arrivano dal Regno Unito, tanto che il codice deontologico della principale associazione di professionisti, l’Institute for Translation and Interpreting, proibisce ai propri membri la pratica della traduzione attiva; lo stesso punto di vista è condiviso dall’UNESCO che, all’articolo 14d del documento conosciuto come “Raccomandazione di Nairobi” del 1976, dice all’incirca così: “Per quanto possibile, il traduttore deve tradurre verso la propria lingua madre o verso una lingua che domini come tale”. In Spagna, sono numerosi gli accademici che accettano il lavoro di traduzione verso la lingua straniera solo nel caso di un traduttore perfettamente bilingue. Su queste idee si basa, spesso, la scelta degli interpreti nel mercato del lavoro, anche se un cambiamento si è notato con l’ingresso dei nuovi paesi nell’Unione Europea. Sono, infatti, nove le nuove lingue di lavoro dell’UE (ceco, estone, ungherese, lettone, lituano, maltese, polacco, slovacco e sloveno) e l’Associazione Internazionale di Interpreti di Conferenza (AIIC) ha ritenuto auspicabile che chi lavora con le nuove lingue ufficiali possa lavorare anche verso una delle vecchie lingue della comunità.

Per quanto riguarda la fazione favorevole alla traduzione attiva, numerosi sostenitori si trovano nei paesi di lingua germanica e di lingua slava, forse per il fatto che, sia durante la formazione che durante il lavoro, si trovano di fronte alla necessità di tradurre in entrambe le direzioni; va, infatti, ricordato che, sempre più spesso, è necessario tradurre verso l’inglese, anche nel caso in cui non sia lingua madre, essendo questo ormai diventato la lingua franca dei nostri giorni.

La stessa terminologia porta in sé una connotazione negativa, simbolo del punto di vista diffuso nell’ambiente traduttivo. Lo spagnolo chiama la traduzione attiva “traducción inversa”, e il termine inverso, dal latino inversus, indica qualcosa “che è contrario, opposto rispetto a un altro o a ciò che è normale, abituale” (Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse), così come l’inglese service translation indica un’attività secondaria, “di servizio” appunto. Questo punto di vista non tiene conto del fatto che, spesso, i traduttori vivono fuori dal proprio paese natale per lunghi periodi e perdono, in parte, la capacità di espressione nella propria lingua madre, cosa che può risultare dannosa nella traduzione; e non tiene conto neppure del fatto che i bilingui padroneggiano determinate sfere della vita in una delle due lingue, e non è quindi detto che si trovino a tradurre verso la lingua a loro più congeniale.

E se la terminologia traduzione diretta e traduzione attiva è criticata, non da meno lo sono i termini lingua madre e lingua straniera, cui si preferisce una classificazione più neutrale quale quella dell’AIIC, che suddivide le lingue di lavoro degli interpreti in tre categorie:

– Lingue A, in cui gli interpreti possiedono una padronanza simile a quella dei nativi;

– Lingue B, in cui si suppone una padronanza attiva e passiva quasi come quella dei nativi, ma che sono lingue attive, cioè verso le quali si interpreta, per lo meno in consecutiva;

– Lingue C, che sono lingue passive. In teoria si capiscono a livello nativo, però gli interpreti non lavorano verso esse.

***

Questo della direzionalità è un tema complesso, che ha interessato varie scuole di pensiero importanti nell’ambito traduttivo, e conto di dedicare molto presto un altro post all’argomento. Intanto, spero vi sia piaciuta questa piccola introduzione.

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2 Comments

  1. Cara Carmelina,

    Grazie per aver condiviso il mio post. Ci terrei solo a fare qualche precisazione. La definizione di source language e target language non è quella che dai tu. In realtà, ha solo a che fare con la direzione e non con la lingua madre. Come il nome stesso dice, source language è la lingua fonte, o lingua d’origine, quella da cui si traduce, mentre target language, o lingua bersaglio, lingua d’arrivo, è quella verso cui si traduce. Quindi, io, come persona con italiano come lingua madre, se traduco dal francese allo spagnolo per qualsiasi motivo, starò lavorando col francese come lingua d’origine e lo spagnolo come lingua d’arrivo.

    Non sono d’accordo col fatto che i pareri siano discordanti su cosa sia più corretto. Su questo punto esiste abbastanza unanimità, in senso teorico; quello che poi si complica è la pratica. Tutte le associazioni professionali difendono la traduzione passiva come unica forma, anche se poi tutti sappiamo che nel mondo reale non funziona così, purtroppo. Sono d’accordo che certe scuole sono di mente più aperta, e che in certi paesi la traduzione attiva si veda più di buon occhio anche a livello professionale. Quello che dici della Spagna è vero, e non bisogna dimenticare che lo stesso esame per ottenere il titolo di Traductor e intérprete jurado, cioè di T/I riconosciuto dal governo spagnolo, prevede l’esame da e verso la lingua straniera.

    Ogni professionista, poi, ha a propria opinione. Io stessa, pur avendo lavorato verso la lingua straniera più volte a livello professionale (in interpretazione è più comune e più facile, in un certo senso), non sono una grande fautrice della traduzione attiva. Ho frequentato l’università in Spagna per quattro anni, periodo durante il quale non ho mai lavorato, a livello di curriculum universitario, con l’italiano, in nessuna delle direzioni. Lo spagnolo è stato, per la mia formazione, la mia lingua madre, nonostante non lo fosse in realtà. Tanti mi considerano bilingue, io no, non mi piace il termine, e non lo uso per indicare una persona che parla correntemente più di una lingua, se non in casi rari o quando non ho voglia di cacciarmi in un ginepraio con chi poco sa del tema. Dopo tutti questi anni, continuo a essere critica, e a non essere felice di lavorare in attiva, nonostante probabilmente il mio spagnolo sia molto più corretto di quello di molti spagnoli stessi. Per questo motivo, non sono assolutamente convinta che, dopo appena un anno di studio in un altro paese, tu possa essere pronta a tradurre verso la lingua straniera. Non voglio neppure entrare in profondità nel tema del “vuoi che noi laureati in lingue e traduzione, non abbiamo qualche amico straniero, lettore, parente, disposto a revisonare il testo finale?” perché non è altro che “perché pagare te se mia cugina è stata sei mesi in *** come Erasmus?” Chi deve fare la revisione deve essere un professionista, non qualsiasi persona, perché non andresti a farti fare il controllo postoperatorio da tua cugina che da tre anni è sposata con un medico, o sbaglio?

    Cose come “Del resto se il committente ce lo chiede, perché rifiutare a prescindere?” non dovresti neppure pensarle se hai studiato in questo settore, perché dovresti sapere benissimo che, prima di tutto, il cliente chiede per risparmiare, e non sa neppure di cosa sta parlando, e se ti chiedesse di tradurre dal polacco al ceco, e tu non conosci le lingue, che faresti? Accetteresti e useresti Google Translate perché il cliente l’ha chiesto? Questa è proprio la piaga per cui ancora facciamo fatica a far rispettare la nostra professione e a far accettare tariffe degne del nostro lavoro e di essere chiamate tali!

    Ogni situazione è diversa, e ognuno dovrebbe giudicare le proprie competenze in modo responsabile, senza ingigantirle né sminuirle, ma soprattutto, ognuno dovrebbe fare il possibile (e anche un po’ di impossibile) per proteggere e dar lustro alla categoria.

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  1. Traduzione attiva o non traduzione attiva, questo è il problema - CarmelindaPotenza.it

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