I waffle, therefore I am… linguistically happy!

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La mia prima settimana di lavoro è ormai giunta al termine, e devo ammettere che è stata veramente piena. I giorni liberi, in particolare, sono stati dedicati a tante attività e riflessioni: mi sono trasferita e ho iniziato ad arredare la mia stanza, mi sono occupata dei vari aspetti burocratici in sospeso, ho passato tanto tempo con amici vicini e lontani, e mi sono anche bevuta una bella birra in un pub. Come se non bastasse, per riempire e dare sapore a questi giorni frenetici, si sono unite anche le lingue.

Mercoledì ho condiviso il turno con Daniele, un ragazzo italiano simpaticissimo con cui è un piacere sia lavorare che chiacchierare. Tra una gaufre e un gelato, abbiamo parlato tanto di lingue, una passione che abbiamo in comune, visto che lui ha studiato al liceo linguistico. Milanese, con il ramo materno della famiglia che viene dalla Sicilia, si trova ormai, come tanti, nella situazione di chi capisce ma non pratica la lingua dei nonni, e parla il proprio dialetto ma, ormai, vede l’influenza che l’italiano esercita su di esso. La sua situazione non è poi così diversa da quella di noi sardi che, come ho già detto in post precedenti, stiamo abbandonando, volontariamente o inconsciamente, la lingua della nostra terra. Molti di noi, infatti, la capiscono ma non capaci di esprimersi correttamente (molti neppure in modo scorretto).

Come ho già detto qui, in risposta al commento di Nuria, è un peccato che queste lingue si perdano, perché sono una grande ricchezza, e tramandano molto più di semplici parole: sono la rappresentazione della storia e delle tradizioni che accompagnarono le nostre terre e i nostri avi per secoli. Una dimostrazione chiara di ciò sono le tantissime parole di origine spagnola che abbiamo in sardo, e che sono un retaggio di secoli di dominazione da parte delle varie corone della penisola iberica. Per gli stessi motivi, mi ha detto Daniele, il milanese ha tante parole derivate dal francese.

Sono questi casi da considerarsi semplici coincidenze, o piuttosto esempi chiari di come la lingua sia una spugna che assorbe tutto ciò che la circonda e le succede attorno, plasmandosi, modificandosi, evolvendosi senza sosta? La diminuzione lenta dei parlanti di una lingua equivale a un libro di storia a cui mancano delle pagine: perdiamo la conoscenza di quella parte del passato trattata in quei capitoli, ma è comunque qualcosa a cui si può porre rimedio, recuperando le informazioni anche se in ritardo, e cercando di tramandarle comunque. La soppressione sistematica e volontaria di una lingua, invece, mi ricorda le azioni di alcuni docenti che, basandosi su non si capisce bene che prove, affermano che certe vergogne del secolo scorso siano semplicemente delle invenzioni degli avversari: il tentativo di rinnegare e cancellare un passato che, ci piaccia o no, fa parte di noi.

Ma, in questi giorni, ci sono stati anche altri momenti che mi hanno fatto riflettere sulle lingue e sul rapporto che le persone hanno con esse. Il mio secondo giorno libero è stato dedicato alle varie compere per finire di arredare la mia nuova camera che, grazie all’aiuto delle mie coinquiline, ha subito una trasformazione radicale e ha solo bisogno di un quadro sul camino per essere fantastica. Essendo in giro a Hammersmith, ho pensato immediatamente di passare a salutare Suzy nella sua gelateria, e di farmi una chiacchierata con lei. Nonostante sia brasiliana, abbiamo sempre parlato spagnolo tra di noi, anche perché, nonostante ci provi, il mio portoghese deve ancora fare tanta strada per potermi permettere di mantenere una conversazione lunga. In ogni caso, ci provo sempre, e stavolta abbiamo anche deciso di vederci spesso, e di praticare un po’. Non è stato solo un piacevole pomeriggio multilingue, ma anche una parentesi che mi ha fatto ricordare uno dei periodi peggiori passati qua a Londra, e che ho condiviso proprio con Suzy.

Quando lei e io lavoravamo insieme, per una compagnia il cui rispetto per i dipendenti è probabilmente uguale a quello per l’ambiente, avemmo dei problemi per il fatto di non parlare esclusivamente inglese tra di noi. La cosa triste è che non si fossero lamentati i clienti, degli anglofoni che, “in casa loro”, non si sentivano a proprio agio a sentire parlare una lingua che non capivano. No, chi si lamentava erano i nostri superiori (a livello gerarchico, ma decisamente inferiori sotto tutti gli altri punti di vista). E qua arriva l’aspetto peggiore, perché queste due persone erano entrambe straniere. Uno era un indiano che, in teoria, avrebbe dovuto rispettare il multilinguismo più di chiunque altro, visto l’ambiente in cui era cresciuto, e visto che non faceva altro che trascorrere ore a parlare nelle sue lingue con gli amici e chiunque passasse a salutarlo in negozio (e quindi anche davanti ai clienti); l’altro era un polacco che rinnegava la propria nazionalità e la propria lingua, e che si vantava di parlare sempre e solo in inglese anche con la sorella.

Mi chiedo ancora come sia potuta restare per sei mesi in un ambiente di quel tipo, e non riesco a darmi una risposta. In ogni caso, quando questa situazione venne alla luce, mi cercai immediatamente un altro lavoro. Per fortuna, ne trovai uno in cui mi hanno sempre trattata con rispetto, e devo ammettere che la prima cosa che mi colpì quando mi presentai al colloquio fu che mi dissero: “Fantastico, parli tante lingue, ci farai veramente comodo con tutti i turisti che frequentano i nostri negozi!” Fu la prima cosa che raccontai al tornare a casa, perché era stata una liberazione e una grande differenza rispetto al posto precedente. Non solo quello, quando iniziai a lavorare per loro, mi dissero che avevano deciso di farmi stare in un negozio diverso da quello scelto all’inizio, e proprio perché le mie combinazioni linguistiche sarebbero state ancora più utili nella nuova destinazione. Non potevo essere più felice: mi stavano dando modo di fuggire dal vecchio, orrendo lavoro, mi trattavano bene e valorizzavano le mie competenze linguistiche. Non sarà il lavoro migliore del mondo, né il più adatto alla mia preparazione in generale, ma non sarà poi così male se, non appena ho deciso di tornare a Londra, li ho contattati immediatamente e sono tornata da loro!

Io mi ero liberata dalla repressione della vecchia e disgustosa compagnia, ma Suzy? Anche lei non durò poi tanto, forse un mese in più di me, ma poi si licenziò, e ora è la padrona della meravigliosa gelateria che vedete nel link. Come funziona nel suo negozio? Ognuno parla quello che vuole, sempre rispettando i clienti. Una delle impiegate è brasiliana come Suzy, e tra loro parlano sempre in portoghese, o in spagnolo se ci sono io. Questo non significa che non servano cortesemente i clienti in inglese o che non assolvano correttamente il proprio dovere; semplicemente, se devono chiarire una cosa tra di loro, o spiegare qualcosa di nuovo, preferiscono farlo nella propria lingua, e giustamente, per essere sicure di dire tutto nel modo più corretto possibile. Inoltre, è ovvio che in quel modo si sentano più a proprio agio, così come io posso parlare in inglese con mio fratello quando serve, ma preferisco comunque farlo in italiano, come è sempre stato per trent’anni. In fondo, al lavoro devi stare bene, non sentirti fuori posto e criticato costantemente; se parlare più di una lingua diventa un handicap piuttosto che un punto a nostro favore, allora abbiamo un serio problema, almeno secondo me!

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