La chat: che fatìca fàtica!

 

La mia vita è sempre stata basata sulla comunicazione: mi sono formata come linguista, per poi realizzare il mio sogno di adolescente di diventare un’interprete; per vari casi della vita, poi, mi sono ritrovata a dipendere dalle chat e la messaggeria istantanea per comunicare con gli amici e la famiglia. Ci sono, però, momenti come questi, in cui mi stanco di tutto, e mi interrogo sulla vera essenza della comunicazione.

Non bisogna dimenticare che sono nata negli anni ottanta, quando comunicare significava parlare faccia a faccia con le persone o, al massimo, telefonare per pochi minuti, perché era troppo caro. In realtà, non ho avuto il telefono a casa fino a metà degli anni novanta. Potete, quindi, immaginare che idea io abbia della comunicazione, e su cosa basi il mio giudizio sulla sua qualità.

Certo, molti linguisti più esperti di me hanno dedicato i propri studi aa questo tema, e Jakobson è sicuramente uno dei più conosciuti, grazie alla sua teoria della comunicazione, basata sulle sei funzioni del linguaggio. Questa teoria ci viene insegnata fin da bambini come base dei nostri studi di antologia, che evolvono poi in veri e propri corsi di letteratura. Come chiunque abbia seguito degli studi umanistici, anche io ho studiato questi principi in tutte le salse, e ne sono stata influenzata. È, quindi, ovvio che, ogni volta che mi trovo a riflettere, mi torna in mente il pensiero di Jakobson.

Secondo lui, ogni funzione è riferita a un componente della comunicazione, e io, per la mia analisi personale, voglio limitarmi a due di esse. La comunicazione in generale si basa in due fattori principali: quelli linguistici e quelli extralinguistici. I primi sono tutti quelli collegati alla lingua stessa: la scelta dei termini, le strutture sintattiche, l’accento, l’intonazione, solo per citarne alcuni. I secondi sono quelli che aggiungono informazione a ciò che viene espresso, ma che non dipendono dalla lingua in modo stretto, anche se possono dipendere dalla cultura: il contesto, i gesti, le espressioni facciali, eccetera.

Tutte queste componenti sono sempre state presenti nella comunicazione umana. Il problema è che, ultimamente, la comunicazione è stata modificata e completamente snaturata rispetto a ciò che era prima. Ora, comunicare significa scrivere sms, chattare o fare videochiamate come sostituti per un’interazione personale vera e propria. Ci illudiamo che questi mezzi siano capaci di ricreare una discussione in persona, ma non ci rendiamo conto che non sono altro che dei surrogati che ci permettono di avvicinarci a persone che, per un motivo o per un altro, si trovano a distanze impensabili da noi.

La mia non vuole essere una critica alla comunicazione moderna, ma un tentativo di analizzare questi nuovi stili di comunicazione basandomi sulle funzioni di Jakobson. Senza dubbio, la funzione emotiva è quella che si vede più danneggiata dalla comunicazione di messaggeria istantanea perché, quando l’emittente cerca di trasmettere le proprie emozioni e i propri sentimenti tramite un mezzo piatto e senza modulazione, la comunicazione ne è danneggiata. Per questo motivo, sono stati inventati gli emoticons, che non solo non sono realmente utili per esprimere uno stato d’animo, ma tolgono anche profondità a certe sensazioni che una semplice inflessione di voce non avrebbe difficoltà a chiarire. Io stessa, più di una volta, ho vissuto malintesi per via di una faccina triste usata per scherzo; ora, come risultato, semplicemente uso gli emoticons che sorridono, per evitare possibili fraintendimenti che non fanno altro che aggiungere difficoltà a un tipo di comunicazione già di per sé complicata. Così, anche l’uso delle maiuscole, per convenzione associato al gridare in chat, è una cosa molto scortese e, almeno a mio modo di vedere, molto fastidiosa; al contrario, in una conversazione normale, una variazione del volume della voce non è sempre qualcosa che urta e, anzi, può aggiungere colore alla discussione.

La funzione fatica è la più importante nel caso delle chat e di qualsiasi comunicazione che utilizzi un mezzo tecnologico. È naturale verificare il canale e il suo funzionamento per essere sicuri che l’interazione non sia stata interrotta o non si trovi davanti un qualsiasi ostacolo ma, spesso, diventa la vera essenza della discussione, rendendo il tutto un’esperienza stressante. Dopo aver passato dei mesi in lotta con la compagnia telefonica per una connessione che saltava continuamente nei momenti meno opportuni, sono ormai sempre sul chi vive, e temo sempre che qualsiasi suono irregolare o modificazione nei rumori normali significhi una caduta della linea e un passo indietro nella comunicazione.

Vista così, le interazioni moderne sembrano non avere nessuna possibilità contro un buon caffè tra amici come ai vecchi tempi. Ma, se è così, mi chiedo perché continuiamo a passare tante ore in chat invece che a chiacchierare di persona, a fare le videochiamate invece che a sederci uno davanti all’altro sul divano, e perché le coppie che hanno la fortuna di stare vicine e di poter andare a mangiare qualcosa insieme la finiscano a passare quei momenti totalmente estraniati, ciascuno davanti al proprio telefono, mandando messaggi a qualcun’altro, invece di godere della compagnia di chi hanno di fronte. Se avessi le risposte a queste domande, probabilmente, non sentirei il bisogno di tornare ad aprire i miei vari programmi di IM. Ma il solo fatto di pormi queste domande mi fa capire che la mia infanzia senza cellulare o computer non è facile da debellare per una come me, una che ha bisogno di esprimere ogni minimo cambio d’umore; pensando tutto questo, mi viene da chiedermi perché abbia aspettato tanto prima di allontanarmi per un po’ da tutte queste applicazioni.

Un’ultima domanda: se Jakobson non fosse morto trent’anni fa, e fosse ancora tra noi, starebbe pensando a una teoria parallela alla sua? Nel caso, la chiamerebbe “Teoria della mancanza di comunicazione”?

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