La Grande Bellezza

Ho trascorso tutte le estati della mia vita a fare propositi per settembre, ora non più. Adesso trascorro l’estate a ricordare i propositi che facevo e che sono svaniti, un po’ per pigrizia, un po’ per dimenticanza. Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che ci resta per chi è diffidente verso il futuro. L’UNICO. Senza pioggia, agosto sta finendo, settembre non comincia e io sono così ordinario. Ma non c’è da preoccuparsi, va bene. Va bene così. (Romano, La Grande Bellezza)

Mi ritrovo qua a presentarvi un post che sembra inserito nel mio blog tanto per scrivere qualcosa ogni tanto, ma ho sentito il bisogno di includerlo per due motivi: prima di tutto, per me questo film è stato parte di uno speciale momento di interculturalità, bilinguismo e superamento di differenze; ma non è solo quello, voglio anche dare spazio a questo messaggio, e non posso riuscirci via Facebook, limitato a chi fa parte dei miei amici, né via Twitter, che ci imprigiona in un numero ridotto di caratteri.

Tengo tantissimo alla libertà di poter esprimere il proprio parere se questo non offende gli altri. Ma, allo stesso tempo, è importante per me poter dire la mia se ne sento veramente il bisogno. Ora, dopo giorni dalla premiazione degli Oscar, continuo a leggere commenti, spesso vuoti, su La Grande Bellezza, e sono qua a dire la mia.

Ho adorato questo film, e da lì parte la mia analisi. Posso dire, con orgoglio, di aver visto questo film per scelta, perché veramente incuriosita, e di essermi addirittura impuntata per vederlo hic et nunc, spaventata dal rischio di trascinare all’infinito il progetto. Non l’ho visto perché forzata da una programmazione spavalda che, dedicata quasi interamente a programmi vergognosi, vuole vantarsi di un livello di qualità che il cinema italiano a volte raggiunge nonostante il pubblico. Prima di vederlo e, quindi, prima del premio, l’unica persona che conosco che avesse commentato il film era stata una cara amica italiana qua a Londra, Veronica. Mi sono fidata del suo parere su Facebook non solo perché lei adori il cinema e ne stia facendo il proprio futuro, ma anche perché la considero una persona intelligente, con una grande cultura artistica, una personalità fantastica, un’integrità ammirevole e un carattere che è impossibile non amare.

Nonostante non sia per nulla un’ammiratrice del cinema italiano recente, che per me significa probabilmente degli ultimi vent’anni, mi sono avvicinata a questo film con la mente aperta e libera da preconcetti, grazie anche alla garanzia della coppia Sorrentino-Servillo che mi ha regalato momenti di riflessione e puro divertimento con Il Divo. Non sapevo cosa aspettarmi, e non ho neppure letto la trama, e mi sono ritrovata immersa in un vortice di incomprensibile fascino. Il film è incredibilmente decadente, ma in un modo così raffinato e seducente che mi ha stregato. Fin dal principio, non ho potuto fare a meno di pensare che, finalmente, qualcuno avesse saputo ricreare La Dolce Vita a colori e limando l’oppressiva tristezza di fondo che quel capolavoro lascia per giorni nell’animo di chi lo guarda.

Jep Gambardella non è altro che William Forrester vivendo all’altro estemo dell’estraniamento. Tutto sembra esagerato, spinto, surreale, ma lo spettatore con un minimo di conoscenza dell’ambiente sa che non è affatto così, che il film è dolorosamente realista. Coloro che considero due tra le persone più importanti della mia vita sono scrittori, e il loro esempio ha portato anche me a scrivere a tempo perso, sia su questo blog che, in privato, racconti più o meno brevi. Da loro ho imparato che la scrittura è un’arma a doppio taglio, che da forza e coraggio perché permette di esprimere ciò che, parlando direttamente per se stessi, non si sarebbe capaci di portar fuori. Purtroppo, però, porta via anche linfa vitale, perché parte dell’essere dello scrittore viene relegato per sempre in qualcosa di estraneo, un’emorragia che priva il corpo di parte del fluido vitale, un horrocrux che imprigiona parte dell’anima dello scrittore in un oggetto esterno. Non è sempre facile accettare questo compromesso con la propria creazione: a volte, si sente il bisogno di lasciar uscire questo sangue che scorre con troppo impeto nelle nostre vene, e la pagina bianca diventa la nostra sanguisuga, che ci libera da ciò che non possiamo più tenere dentro e restituisce equilibrio al nostro corpo; altre volte, non possiamo lasciar andare ciò che ci opprime, come il fumo troppo saporito che non vogliamo rilasciare e tratteniamo per un secondo di troppo prima di espirarlo.

Capisco il rifiuto di chi non ha accettato o apprezzato questo film, per me è la versione riuscita di Magic Mike, che invece mi ha lasciato con lo stesso disgusto che mi è sembrato di aver sentito nei commenti che ho letto su La Grande Bellezza. Non sono riuscita a guardare per intero il film di Soderbergh, imprigionata in un disgusto e un fastidio legati alla mia situazione personale del momento e a un volontario ostacolo linguistico. La decadenza e l’autodistruzione che mi hanno bloccato all’inizio di quel film sono le stesse che mi hanno fatto desiderare di finire l’opera di Sorrentino, e che mi hanno permesso di apprezzarla e godermela.

Con gioia ho ritrovato cose del passato al guardare La Grande Bellezza. La musica è meravigliosa, e mi sono vista ballare le canzoni della mia adolescenza quasi senza esserne cosciente, con grande divertimento di chi stava guardando il film con me. Sono stata piacevolmente sorpresa nel vedere attori che per me sono sempre stati simbolo di un cinema facile che, invece di qualità, regala al pubblico film di serie B; artisti che, troppo attempati per continuare con le parti ridicole che li hanno portati alla fama, cercano di creare opere d’autore troppo tardi per essere presi sul serio. In particolare Verdone che, per me, non faceva qualcosa degno di nota dai tempi di Compagni di scuola e Perdiamoci di vista.

Si è parlato tanto dell’oscar mancato di Di Caprio, ma non si è detto che The Wolf of Wall Street è lo stesso film, girato con un filtro diverso nell’obiettivo della telecamera. La decadenza triste e pietosa che accompagna La Grande Bellezza diventa irriverente e urlata nel film di Scorsese ma, in fondo, sono la stessa storia. Voglio citare un post sul meglio del 2013, non perché valga davvero la pena in generale, ma perché mi permette di completare ciò che voglio esprimere:

2. The Wolf of Wall Street and La Grande Bellezza

Both of these movies are very long, and you know what? They’re still not as fucking long as a season of anything, including, I don’t know, Scrubs. Scorsese’s film is a classic American film about a huckster who gets very rich, and then, in a horrifying and tragic turn of events, becomes only well-to-do. La Grande Bellezza is a classic Italian film about an artist who is prevented from writing his second novel by a sinister conspiracy of women, champagne, really good meals, and wildly glamorous parties. (The soundtrack is also one of the best things about 2013.) Sexy, sad, and full of adrenaline, these films were both better than anything on television.

This is the next big thing, which (thanks in part to these two triumphs) is already here: the pleasure principle. All the taboo-breaking that seemed like it should have happened ten years ago, is going to happen over the next few years, in a glittering explosion of hedonism. Neither of these films have unhappy endings. Being wry is as serious as they feel compelled to be. It’s the IDGAF attitude implicit in This Is The EndNow You See Me, and Spring Breakers, without any of the unnecessary dumbing-down. Obviously, this trend is not exactly where my head’s at — cf. my epigraphs — but you don’t need a weatherman to know which way the wind blows. And it’s kind of overdue.

Also, NB: Italy apparently has exactly one male actor. I’m not saying he’s not good. He’s fantastic. It’s just surprising, is all.

L’unica cosa che mi resta da aggiungere, e in risposta a questa citazione, è che non abbiamo solo un attore in Italia, così come non avevamo solo un doppiatore, nonostante scherziamo costantemente su questo fatto. Ciò che succede è che, per fortuna, gli Stati Uniti ricevono le rare perle prodotte da un’industria cinematografica in rovina che vive ancora vantandosi di glorie vecchie di troppi decenni e non fa altro che sfornare prodotti scadenti in quantità sconvolgenti. Grazie Sorrentino per ricordarci, ogni tanto, che Fellini, De Sica padre, Antonioni, Comencini e altri grandi non hanno chiuso una pagina, ma creato esempi che il cinema italiano non ha dimenticato completamente.

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