Maschile generico e sessismo linguistico

Ieri stavo leggendo questo interesante articolo dell’Accademia della Crusca sul maschile generico e sui nomi delle professioni al femminile, e mi sono ritrovata a ricordare alcuni momenti divertenti del passato, e a riflettere sulle differenze fra le varie lingue che conosco. Prima di tutto, ricordo l’invidia che provai quando, parlando col mio ragazzo dell’epoca sul fatto che sua mamma non facesse domande indiscrete sul fatto che lui uscisse spesso con “la sua amica italiana”, lui mi rispose: “She knows that I am hanging out with a friend; that is the beauty of English: it is not clear if it is a boy or a girl unless she asks, and she is not going to ask.” Per me era impossibile essere così vaga, l’italiano non è così ambiguo; certo, mi aiutò non poco quando mia madre lo vide e disse: “Il tuo amico è veramente bello, dovresti invitarlo a pranzo qualche volta”, senza sapere la verità. L’altro momento risale sempre agli anni della Casa dello Studente, quando la mia grande amica Alessia, femminista convinta, correggeva tutti i maschili generici del libro di psicologia e li trasformava in femminili generici.

Questi due esempi sono stati già citati in un altro post, così come ho già parlato delle traduttrici femministe della scuola canadese, ma oggi voglio dedicarmi più precisamente al comportamento delle varie lingue di fronte al problema del maschile generico. Sono d’accordo con ciò che si dice nell’articolo:

Il genere non è soltanto una categoria grammaticale che regola fatti puramente meccanici di concordanza, ma è al contrario una categoria semantica che manifesta entro la lingua un profondo simbolismo

In italiano continuiamo a dire il ministro Fornero o il magistrato Bocassini, come ben ci ricorda l’Accademia; il problema è che, secondo me, non lo facciamo per la difficoltà della lingua di evolvere e accettare i cambi della società, visto che non abbiamo impiegato tanto tempo ad assorbire obrobri come “un centinaio di persone hanno”. Credo che il problema non sia la lentezza con cui evolve la lingua, ma la chiusura mentale della società nell’accettare cambi di questo genere.

Se non vedo come un grave attentato alla figura femminile l’uso di parole come uomo per indicare gli esseri umani, uomini o donne, o cittadini, non capisco perché la parola ministra non possa essere usata in italiano così come lo è in spagnolo. Sono d’accordo che la sempre più diffusa tendenza a scrivere cittadini e cittadine o alunni e alunne sia pesante e pedante, mentre suona almeno più accettabile fratelli e sorelle, per il fatto di avere due radici diverse. Il Diccionario Panhispánico de Dudas parla di questo tema per quanto riguarda il castigliano al punto 2.1. Ovviamente, ci sono anche altre soluzioni che dovrebbero far sentire tutti inclusi e che sono semplicemente ridondanti e un ostacolo alla lettura: è il caso della @, usata in spagnolo per includere uomini e donne e che, benché simpatica nelle email delle mie professoresse, è semplicemente orrenda in documenti più ufficiali in cui non dovrebbe avere più spazio del + al posto di più, così come ci fa capire il DPD al punto 2.2.

Anche la doppia terminazione, introdotta da una parentesi, un trattino o una barra obliqua, rende il testo pesante e favorisce la distrazione, per non parlare dell’opzione, usata ma non accettata in francese, di scrivere la desineza maiuscola per includere entrambi i sessi. Si può trovare una descrizione di questi casi in questo interessante articolo sul francese ai punti 5 e 6, e una tabella molto chiara aprendo il link sulle graphies tronquées.

Sento di poter dire che in italiano dovremmo probabilmente abbandonare la nostra visione obsoleta del mondo, ancora troppo legata a una mentalità medievale che relega la donna a puro accessorio dell’uomo. Se abbiamo la posizione nella società, dobbiamo anche avere il corrispettivo di quella posizione in una dicitura adeguata, per evitare gaffes come Le capitaine Prieur est enceinte, come ben ci racconta Wikipedia nell’aneddoto incluso nell’articolo sui termini epiceni.

Voglio ringraziare tutti coloro che, per volontà o per caso, amici e non, mi hanno aiutato a trovare lo stato d’animo giusto per non lasciarmi sopraffare da questa giornata e per concentrarmi su qualcosa che mi riporta sulla terra ferma quando la mia mente inizia ad andare alla deriva; alcuni di voi riescono ad azzeccare il momento ogni volta e non idea di come facciano. Una cosa è sicura: vi voglio bene, e oggi vi ho sentiti vicini.

 

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