“La meglio gioventù”, un’analisi della società italiana

Ho appena finito di guardare La meglio gioventù, e la prima domanda che mi viene da pormi è più che ovvia: perché ho aspettato dieci anni? Pigrizia e trascuratezza, senza dubbio, ma non solo, e d’altronde non è l’unica cosa che, per sbaglio, ho trascinato per dieci anni. Le mie opinioni si potrebbero facilmente riassumere con una frase, quella che ho scritto, non appena sono apparsi i titoli di coda, a chi questo film me l’aveva consigliato: è bellissimo, così bello e triste che fa male!

Per tanto tempo, ho pensato di voler sempre leggere qualcosa prima di vedere un film, il libro da cui era tratto se era il caso, o almeno le informazioni sulla trama. È da un po’ che non seguo questo principio, e che mi sto tuffando nei film e nei telefilm con il bagaglio di conoscenze che già avevo. È un modo per apprezzare di più ciò che vedo, e di avere curiosità più che alte speranze. Questo film è il caso più lampante. Per ben dieci anni l’ho sentito nominare, ma non ho mai cercato nulla.

Non sapevo cosa aspettarmi, e non avevo idea di cosa parlasse il film. L’unica cosa che mi ha guidato, e anche bloccato per tanto tempo, è stato il titolo, chiaramente triste secondo me, idea totalmente confermata al sentire chi mi aveva detto il contrario. Mi sono immediatamente ritrovata immersa in un compendio di storia italiana dagli anni ’60 ai giorni nostri. Al 2003, in realtà, ma io mi vedo ancora là, forse perché quell’anno fu per me ciò che il 1966 fu per Matteo e Nicola.

Ciò che si presenta inizialmente come un’analisi psicologica di alcuni personaggi, si rivela ben presto un ritratto frenetico di una società spaccata, sofferente, giovane ma con il peso troppo opprimente di una storia troppo lunga e troppo tragica. Le parole del professore sono la rappresentazione fedele del mondo universitario italiano, ma anche del resto delle istituzioni della nazione, dalla politica alle forze dell’ordine, dal mondo del lavoro al sistema sanitario.

Professore: Lei promette bene, le dicevo, e probabilmente sbaglio, comunque voglio darle un consiglio, lei ha una qualche ambizione?

Nicola: Ma… Non…

Professore: E allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuol fare, il chirurgo?

Nicola: Non lo so, non… non ho ancora deciso…

Professore: Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.

Nicola: Cioè, secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?

Professore: E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…

Nicola: E lei, allora, professore, perché rimane?

Professore: Come perché?! Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Non credo sia un caso che la suddivisione della famiglia Carati sembri rappresentare l’intera società italiana: la figlia maggiore, Giovanna, magistrato, simbolo del sistema giudiziario; Nicola, il ribelle e sovversivo che, dopo aver viaggiato per l’Europa, torna ai suoi studi di medicina, e rappresenta il sistema sanitario; Matteo, il bello e l’intellettuale che, schiacciato dall’impossibilità di esprimere se stesso appieno, si rifugia in tutto ciò che non lo rappresenta, il servizio militare e l’azione, e rappresenta le forze dell’ordine, o del disordine, come forse saggiamente le chiama lo stesso Nicola; Francesca, la più piccola, che troviamo sempre a casa, è, non a caso, la moglie dell’economista Carlo, e insieme rappresentano, manco a dirlo, l’istituzione della famiglia e la base dell’economia italiana. Giorgia, infine, filo conduttore di tutta la storia, e causa apparente di tutto ciò che accade nel film, non è altro che il simbolo del popolo italiano, debole, maltrattata, vittima di istituzioni obsolete che non sanno aiutarla e la affossano sempre di più. Considero questo film un’analisi estremamente lucida della società e della psicologia italiana, ma vedo qualcosa che mi sembra un errore banale probabilmente voluto e spinto dalla fiducia e dall’orgoglio patrio, ma che gli anni hanno dimostrato essere semplicemente una visione poco lungimirante: Carlo e Francesca, simbolo secondo me della famiglia e dell’economia italiane, sono ricchi e, durante tutto il film, gli unici veramente felici e appagati.

Sono troppo giovane per ricordare quasi tutti i fatti descritti in quest’opera, e avevo appena 10 anni all’epoca dell’attentato a Giovanni Falcone, ma lo ricordo con estrema chiarezza. I vari membri della famiglia sono toccati in modo più o meno diretto dai fatti di cronaca che avvengono durante gli anni, vicende che, infatti, colpiscono l’intera società italiana. Ogni volta che qualcosa del genere succede, l’intera popolazione si stringe e si unisce nella condanna e nella sofferenza: Nicola ritrova Matteo e i propri amici a Firenze quando tutti si mobilitano per riparare ai danni causati dalla piena dell’Arno; tutti sono riuniti a Roma per Natale quando le BR decidono di eliminare Carlo e Giulia viene invece arrestata; Nicola incontra Giovanna a Palermo quando la mafia uccide Falcone.

Le vecchie generazioni sembrano ormai troppo stanche per continuare a combattere, e hanno solo le energie per raccogliere i cocci delle battaglie passate. Le nuove generazioni, invece, sembrano avere la forza per ottenere ciò che non hanno potuto avere i loro genitori: Sara è l’artista che Giulia non è riuscita a essere, e riesce a perdonare la propria madre per l’abbandono, quasi a rappresentare un’Italia che fa pace con in proprio passato di sangue; Andrea, invece, riesce a completare il viaggio che Nicola non aveva portato a termine e Matteo neppure aveva iniziato.

È una visione positiva, una speranza di un futuro migliore che ha imparato dagli errori del passato, un paese lacerato che, non sarebbe la prima volta, rinasce dalle proprie ceneri, che si ricostruisce dopo l’apocalisse che, si spera, ha spazzato via i dinosauri. D’altronde, è lo stesso Nicola a presentarci questa visione di incrollabile fede nella bellezza della vita:

Giovanna: Senti, ma lo sai che conservo ancora una cartolina che mi hai spedito da Capo Nord, nel ’66, in norvegese? Credo avesse una scritta. E sotto la traduzione diceva: “Tutto quello che esiste è bello!!!”, con tre punti esclamativi… ma tu ci credi ancora?

Nicola: Ai punti esclamativi no, non ci credo più.

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