“One year of love” for my blog

pooh bear 1 year old birthday cake

Just one year of love is better than a lifetime alone (One year of love – Queen)

I’ll look back on myself and say “I did it for love” (It’s a hard life – Queen)

È incredibile anche per me pensare che questo blog, il mio bambino, sia già arrivato al primo anniversario. Un anno è lungo, pieno di eventi e cambi, ed è stato così anche per Une belle infidèle! Tanti temi, vari posts, e tutti hanno segnato la mia vita, in un modo o nell’altro. Un anno è passato e, per festeggiarlo, avevo pensato di scrivere qualcosa sul bilinguismo, con un ospite a sorpresa e tutto il resto. Sfortunatamente, il mio ospite non ha potuto partecipare all’appuntamento, ma spero che questo progetto si divida ora in due articoli: la versione originale di questo, pubblicata nella data ufficiale dell’anniversario, e un altro, non appena riuscirò a intervistare il mio ospite.

I miei lettori e seguitori conoscono già la mia opinione sul bilinguismo ma, per il bene di quest’analisi, e perché delle distinzioni sono necessarie in base ai casi, userò i termini bilingue e bilinguismo col significato scientifico, senza giudizi di sorta da parte mia. In questo post, analizzerò vari esempi di persone che sono cresciute in un ambiente bilingue o multilingue. Questa non vuole essere una ricerca scientifica, visto che non ho seguito questo processo di persona, ma semplicemente chiesto alle varie persone di raccontarmi la propria esperienza. Ovviamente, io stessa sono cresciuta in un ambiente bilingue, perché due lingue erano parlate sia a casa mia che nel resto della comunità. Considero sia l’italiano che il sardo le mie lingue madre nonostante, come ho già spiegato in questo stesso blog, le mie competenze in queste lingue non siano allo stesso livello. Per quanto riguarda l’ordine temporale, credo di poter affermare di aver appreso le due lingue allo stesso tempo, coi miei genitori che mi parlavano principalmente in sardo, e i miei fratelli principalmente in italiano, visto che avevano già circa 10 anni quando son nata, ed erano completamente immersi in un ambiente scolastico monolingue che sarebbe presto diventato anche il mio).

La situazione è stata completamente diversa per i miei genitori da bambini, come è ovvio immaginare. Il mio adorabile padre, che ha ancora problemi a capire cosa sia un blog, ha accettato di buon grado di parlare di come sia stato cresciuto, a livello linguistico, e anche di fare un po’ di luce sull’infanzia di mia madre, basandosi su ciò che ha potuto sapere da lei. Per Gino, il sardo è stata la lingua madre; lui stesso dice che nessun’altra lingua veniva parlata a casa sua e, nonostante mio nonno fosse capace di parlare l’italiano, mio padre non è per nulla sicuro che anche mia nonna lo fosse. Stiamo parlando dei primi anni 30, e nessuno parlava l’italiano, nonostante potessero capirlo perché, in risposta alla mia domanda, mio padre conferma che la messa era in latino, ma l’omelia in italiano. Mio padre ebbe il primo vero contatto con l’italiano quando iniziò le scuole elementari ma, senza titubare, e con la sola eccezione dei pochi mesi passati in Piemonte, afferma di aver veramente iniziato a parlare l’italiano solo quando iniziò a uscire con mia madre, alla fine degli anni 60, quando già si avvicinava ai 40 anni. Questa è stata la prima volta in cui ho veramente affrontato la verità, e sono affascinata dalla situazione, e da lui. Il suo livello d’italiano è impressionante, è senza dubbio la sua lingua madre e, eccezion fatta per qualche struttura sintattica influenzata dalla grammatica sarda, non mischia affatto le due lingue. Si trova totalmente a proprio agio con entrambe e, se preferisce automaticamente il sardo, lo fa per scelta, non per necessità di esprimersi.

Il caso di mia madre è diverso, perché è cresciuta parlando principalmente l’italiano a casa, visto che mio nonno era toscano, e non conosceva per niente il sardo. Come risultato, l’italiano era parlato a casa, e anche il resto della famiglia di mia nonna (nonni, zie, zii e cugini) dovevano fare i conti con ciò e parlare l’italiano quando nonno Santi era presente; inoltre, durante l’infanzia, mia madre passava vari mesi all’anno in Toscana con l’altra metà della famiglia, in un ambiente monolingue in cui l’italiano era l’unica lingua parlata. Ecco perché anche mio padre ha dovuto iniziare a parlare in italiano regolarmente. Nonostante ciò, il mio ricordo è di mia madre parlando principalmente il sardo con le mie zie e i miei zii, e anche con Gino.

Siamo cresciuti in modi completamente diversi, in tre periodi molto differenti, col sardo che, nonostante i due casi separati, è diventato la lingua principale per entrambi i miei genitori, mentre l’italiano è senza dubbio quella dominante per i miei fratelli e per me. Per essere più precisa, per tutti noi, entrambe sono lingue madre, ma non mi considero completamente bilingue. Non si deve solo al fatto di no aver mai studiato il sardo e di non saperlo scrivere, ma anche al fatto di parlare sì con scioltezza, ma senza aver mai trattato temi troppo complicati in questa lingua, che uso per comunicare con la mia famiglia e, talvolta, coi miei amici. Senza dubbio, italiano e sardo sono assolutamente separati per me, così come per miei fratelli; se usiamo entrambe le lingue contemporaneamente, lo facciamo coscientemente, perché preferiamo una parola specifica, perché l’abbiamo sempre usata così, o perché sappiamo che il resto delle persone ci capirà; a livello sintattico, invece, la distinzione è completa. Per i nostri genitori, come ho già detto, a livello lessicale, la situazione è o era la stessa rispetto alla nostra, con scelte consapevoli; sintatticamente parlando, invece, c’è, o c’era, spesso una mescolanza di strutture grammaticali, con frasi italiane talvolta costruite usando le regole del sardo.

So che starete pensando che questo non è altro che un post sulla mia famiglia e sul sardo nel nostro paese, ma è molto più di questo, grazie ad alcuni amici che sono stati così gentili da condividere con me, e con tutti voi, le proprie esperienze; preparatevi, quindi, per alcuni esempi veramente variopinti. Credo sia giusto iniziare con Alejandro, le cui lingue madre sono lo spagnolo e il galiziano, e la cui esperienza è simile alla mia. È cresciuto parlando il galiziano con i nonni, e lo spagnolo con i genitori, ma la situazione è leggermente diversa perché, in Spagna, per legge, il 50% delle materie scolastiche deve essere insegnato nella lingua co-ufficiale della comunità autonoma. Quando gli ho chiesto se pensi di mischiare le due lingue, o se lo facesse da piccolo, mi ha risposto risolutamente dicendo di farlo coscientemente, sia passando da una lingua all’altra al rendersi conto di trovarsi tra conterranei galiziani, sia perché pensa che solo una parola galiziana possa esprimere ciò che ha in testa. In quel momento, ci siamo sorpresi entrambi a pensare al termine morriña, che non ha una traduzione in nessun’altra lingua.

Un caso decisamente più complicato è quello di Khadi. Le sue lingue madre sono l’arabo, il francese e il mandingo, e lei è il perfetto esempio di persona educata secondo la strategia OPOL (One-Person-One-Language, Una-Persona-Una-Lingua), con ognuno dei genitori che si rivolgeva a lei solo in una lingua. Suo figlio, Moses, invece, è cresciuto in un ambiente multilingue, essendo in contatto, a vari livelli, con l’inglese, il francese, il creolo, il cinese, l’arabo, il patois e lo yoruba. All’inizio, a casa, Khadi in particolare usava più di una lingua per rivolgersi a lui, ma poi decise di limitarsi all’inglese perché pensava che il bambino stesse mischiando eccessivamente. Nonostante a casa si parlasse solo inglese, Moses era comunque sempre in contatto con tutte le altre lingue, anche il mandingo, parlato dalla nonna. Come risultato, capisce cinese, arabo e mandingo a un livello basico, e francese, che studia anche a scuola, completamente; l’inglese, tuttavia, è l’unica lingua che parla correntemente. Quando le ho chiesto di fare un confronto tra la propria esperienza e quella del figlio, Khadi ha detto che lei mischiava molto meno di Moses o, almeno, lo faceva consapevolmente, al contrario di lui.

Come ho già detto, questo post voleva essere un’introduzione, e un approccio più serio al bilinguismo, senza il sarcasmo che posso evitare a malapena quando tratto questo tema. In realtà, non è altro che una raccolta di esperienze che le persone attorno a me hanno voluto condividere, senza l’analisi sistematica e la quantità di dati che una ricerca standard avrebbe generato. Sperando di poter lavorare alla seconda parte, che era stata pensata per essere la principale, voglio concludere aggiungendo alcuni

RINGRAZIAMENTI SPECIALI

Prima di tutto, come promesso, voglio ringraziare le mie colleghe di Cagliari che mi hanno aiutato immediatamente quando ho chiesto aiuto su Facebook alla ricerca di appoggio bibliografico per questo post: grazie Claudia Conca, Giorgia Corda, Stefania Giovanrosa e Simona Melis (in rigoroso ordine alfabetico).

Grazie a chi ha partecipato ai miei posts con chiacchierate reali o con interviste, o semplicemente tramite una citazione; in particolare, grazie al mio meraviglioso padre: il poeta bilingue, filosofo e cantastorie noto come zio Gino.

Grazie a tutti i miei seguitori e lettori, inclusa la principale fonte di ispirazione per questo blog: durante quest’anno, mi avete dimostrato che vale la pena continuare a scrivere posts arguti, sarcastici, noiosi, secchioni, romantici, tristi, ma comunque sempre parte di me. Grazie per i commenti, sia sul blog che su Facebook o in privato, perché ogni piccolo messaggio mi ha dato soddisfazione e mi ha mostrato il cammino. Tutti voi mi avete reso orgogliosa di essere Une belle infidèle!

 

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  1. “One year of love” for my blog | Une belle infidèle!

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