“Islamico”, “rifugiato” e altre parole che usiamo a sproposito – by Learning Italian vocabulary with Knotty Translations

Cari lettori e seguitori,

Questa settimana un post un po’ sui generis sul vocabolario italiano, ma mi sembra necessario viste certe oscenità che si sentono e leggono. Oggi impariamo la differenza tra le parole “emigrato”, “rifugiato” e “profugo” per poi passare a quella tra “islamico”, “islamista” e “fondamentalista islamico” e a un breve ripasso di linguistica generale. Mi servirò delle definizioni del Vocabolario Treccani. Iniziamo.

emigrato agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di emigrare]. – Che o chi è espatriato, temporaneamente o definitivamente, per ragioni di lavoro: i connazionali e.; notizie dagli e.; le rimesse degli e., i risparmî che essi mandano alla famiglia di origine; e. politici, coloro che hanno lasciato la patria per ragioni politiche.

rifugiato s. m. (f. -a) [part. pass. di rifugiarsi, per traduz. del fr. réfugié]. – R. politico, o semplicem. rifugiato, individuo che, già appartenente per cittadinanza a uno stato, è accolto, in seguito a vicende politiche, nel territorio di un altro stato e diviene oggetto di norme internazionali intese ad assicurarne la protezione (con accezione più estesa, il termine è riferito anche a profughi per motivi religiosi: per es., i r. ugonotti in Olanda). In partic., r. ambientali, quelli che hanno dovuto abbandonare il proprio paese in conseguenza di una catastrofe naturale o di eventi ambientali di particolare gravità; r. nazionali, cittadini di uno stato provenienti da regioni sottoposte a un regime politico che essi non considerano come definitivo: l’espressione è stata usata per i cittadini tedeschi della Germania orientale trasferitisi, in seguito ai rivolgimenti territoriali succeduti alla seconda guerra mondiale (e prima del mutamento di regime avvenuto nel 1989), nella Germania occidentale.

pròfugo s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. profŭgus, der. di profugĕre «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato): il p. Enea; i p. del Veneto nella prima guerra mondiale; dalla capitale si irradiavano per tutto il paese torme di p., senza pane e senza tetto, terrificati dalle rappresaglie (P. Levi); i p. della Dalmazia e Venezia Giulia, durante e dopo la seconda guerra mondiale; le famiglie p. del Polesine, del Belice, del Friuli; accogliere, assistere i p.; con uso più largo nel linguaggio poetico: dove or io vi seguirò, se il Fato Ah da gran giorni omai profughe in terra Alla Grecia vi tolse? (Foscolo, alle Grazie). Per campo profughi, v. campo, n. 3 c.

È evidente che, in alcuni casi, i termini si sovrappongano, in particolare quando sono seguiti da una qualche specificazione; è il caso di “emigrato politico”, che sembra avvicinarsi a rifugiato. A grandi linee, emigrato è chiunque si trasferisca in un altro paese per motivi di lavoro; rifugiato è chi è costretto a lasciare il proprio paese per timore a rappresaglie politiche o religiose ed è protetto dalle norme internazionali; profugo è chi si sposta per gli stessi motivi dei rifugiati, ma non ha le caratteristiche per essere protetto dalle leggi internazionali. Per una spiegazione più esaustiva della differenza tra gli ultimi due termini, potete consultare quest’articolo dell’Enciclopedia Treccani.

Un concetto collegato, ma che implica un obbligo imposto dallo stato, è quello dell’esilio:

eṡìlio (o eṡìglio; ant. essìlio) s. m. [dal lat. exsilium, der. di exsul «esule»]. – 1.Pena limitativa della libertà personale, che consiste nell’allontanamento del cittadino dalla patria; può essere temporaneo o a vita, e ha carattere di stabilità per tutto il tempo che dura la pena: condannare all’e.; mandare, cacciare in e.; minacciare, revocare l’e.; patire l’e.; L’essilio che m’è dato, onor mi tegno (Dante). Il termine può indicare anche il volontario abbandono della patria, per sottrarsi a una persecuzione, a violenze civili o politiche, o per altri motivi: l’e. di Carlo Alberto; scelse l’e. piuttosto che sottostare alla tirannide.

Queste definizioni, come si può vedere chiaramente, sono indipendenti dai concetti di religione e razza, nel senso che esistono emigrati, rifugiati e profughi di tutte le fedi e razze, e la situazione di questi gruppi dipende dalla vicende economiche, politiche ma anche ambientali dei loro paesi in un momento dato. Non ha quindi nessun senso parlare di profughi e musulmani come di sinonimi solo perché i paesi a maggioranza musulmana dell’Africa e del Medio Oriente sono quelli da cui, attualmente, partono i profughi che arrivano in Europa. Ma vediamo cosa significano i termini legati alla religione islamica che spesso usiamo a sproposito.

musulmano (o mussulmano) agg. e s. m. [dall’arabo-pers. muslimān, plur. di muslim «aderente all’Islam»]. 1. agg. Di ciò che appartiene alla religione, alla civiltà, al pensiero islamici: le dottrine m.; la cultura m.; usi e credenze musulmane.

islàmico agg. [der. di islam] (pl. m. -ci). – Dell’Islam: religione i., cultura i.; più genericam., che appartiene all’islamismo, inteso non solo come religione ma come sistema politico, sociale e culturale: popolazioni i.; il mondo i.; la civiltà islamica. Anche come sost., seguace dell’islamismo.

islamista s. m. e f. [der. di islam] (pl. m. -i). – 1. Studioso dell’islamismo. 2. Sostenitore (anche fanatico) dell’islamismo come unica religione; fondamentalista islamico.

Sembrerebbe quindi che musulmano e islamico, se usati come aggettivi, siano sinonimi e si debbano usare per indicare qualcosa relativa all’islamismo. Islamista, invece, è un sostantivo che si riferisce a una persona che studia o che sostiene l’islamismo. Questa parola, purtroppo, viene usata sempre più spesso come sinonimo di fondamentalista islamico, significato che non gli apparteneva in origine. Questi termini, come si può vedere, sono neutri, non sono negativi né denigratori, così come non lo sono “cristiano” o “ortodosso”, semplicemente indicano qualcosa di riferito a una religione. I termini assumono connotazioni negative quando li associamo ad altri sostantivi o aggettivi. “Fondamentalista islamico” è uno dei tanti esempi, ma non dobbiamo farci ingannare, “islamico” non è l’abbreviatura di “fondamentalista islamico”, sono due concetti diversi. Per capirci, è come se dicessimo che “cattolica” e “Inquisizione cattolica” sono sinonimi: non lo sono. A me, in quanto cattolica, non piace che si pensi che io metto al rogo chi non condivide la mia fede solo perché l’Inquisizione lo faceva; allo stesso modo, agli islamici non piace che li si associ a un gruppo limitato di criminali.

Vediamola dal punto di vista linguistico partendo dai concetti di iperonimo e iponimo. Sempre secondo le definizioni Treccani:

iperònimo agg. e s. m. [comp. di iper- e -onimo, coniato in contrapp. a iponimo]. – In linguistica, termine indicante un’unità lessicale di significato più generico ed esteso rispetto ad una o più altre unità lessicali che sono in essa incluse (per es., fiore è iperonimo, ossia «superordinato», rispetto a rosa, viola, garofano); è quindi l’inverso di iponimo e corrisponde a quello che da altri linguisti è talora chiamato arcilessema o archilessema.

ipònimo agg. e s. m. [comp. di ipo- e -onimo, sul modello di sinonimo]. – In linguistica (e più in partic. in semantica), è così definita una unità lessicale la cui estensione sia minore rispetto ad altra, della stessa classe ma di significato più generico, che la comprende: per es., cavallo, rosa, motocicletta si dicono «iponimi» rispetto a animale, fiore, veicolo che sono ad essi «superordinati» (v. iperonimo).

L’esempio più tipico quando si studia linguistica è, appunto quello di fiore e rosa: fiore è l’iperonimo, o superordinato, mentre rosa l’iponimo, il che significa che tutte le rose sono fiori ma non tutti i fiori sono rose. Graficamente, possiamo rappresentarlo così:1

Nel nostro discorso, “islamico” è il termine iperonimo o superordinato, quello con un significato più generico e che ingloba unità lessicali più limitate. La locuzione “fondamentalista islamico” è iponima di islamico, e ce lo dice anche solo il fatto che include il termine ma lo specifica e lo riduce.2Non voglio entrare in merito alle idee espresse spesso coscientemente tramite l’uso di un termine o l’altro ma, nel caso si trattasse di confusione o disconoscimento, ora spero le differenze siano più chiare.

Don’t forget, keep being naughty, Knotty surely will!!!

Learning Italian vocabulary with Knotty Translations – Word 21 is Zio

This week’s video of Learning Italian vocabulary with Knotty Translations closes the alphabet and is dedicated to the family members. I am attaching a PDF document with the full list taught in the video

Famiglia

and a link to a survey about how you would like me to keep doing these lessons. Please, send your answers here.

Enjoy it and share it!

Learn Italian vocabulary with Knotty Translations – Word #15 is Questo

Sixteenth installment of my YouTube course to learn Italian vocabulary! Enjoy it and share it!!!

Learn Italian vocabulary with Knotty Translations – Word #2 is Bello

Second installment of my YouTube course to learn Italian vocabulary. Have fun!

Happy International Mother Language Day

KT_BB_Quote4

La chat: che fatìca fàtica!

 

La mia vita è sempre stata basata sulla comunicazione: mi sono formata come linguista, per poi realizzare il mio sogno di adolescente di diventare un’interprete; per vari casi della vita, poi, mi sono ritrovata a dipendere dalle chat e la messaggeria istantanea per comunicare con gli amici e la famiglia. Ci sono, però, momenti come questi, in cui mi stanco di tutto, e mi interrogo sulla vera essenza della comunicazione.

Non bisogna dimenticare che sono nata negli anni ottanta, quando comunicare significava parlare faccia a faccia con le persone o, al massimo, telefonare per pochi minuti, perché era troppo caro. In realtà, non ho avuto il telefono a casa fino a metà degli anni novanta. Potete, quindi, immaginare che idea io abbia della comunicazione, e su cosa basi il mio giudizio sulla sua qualità.

Certo, molti linguisti più esperti di me hanno dedicato i propri studi aa questo tema, e Jakobson è sicuramente uno dei più conosciuti, grazie alla sua teoria della comunicazione, basata sulle sei funzioni del linguaggio. Questa teoria ci viene insegnata fin da bambini come base dei nostri studi di antologia, che evolvono poi in veri e propri corsi di letteratura. Come chiunque abbia seguito degli studi umanistici, anche io ho studiato questi principi in tutte le salse, e ne sono stata influenzata. È, quindi, ovvio che, ogni volta che mi trovo a riflettere, mi torna in mente il pensiero di Jakobson.

Secondo lui, ogni funzione è riferita a un componente della comunicazione, e io, per la mia analisi personale, voglio limitarmi a due di esse. La comunicazione in generale si basa in due fattori principali: quelli linguistici e quelli extralinguistici. I primi sono tutti quelli collegati alla lingua stessa: la scelta dei termini, le strutture sintattiche, l’accento, l’intonazione, solo per citarne alcuni. I secondi sono quelli che aggiungono informazione a ciò che viene espresso, ma che non dipendono dalla lingua in modo stretto, anche se possono dipendere dalla cultura: il contesto, i gesti, le espressioni facciali, eccetera.

Tutte queste componenti sono sempre state presenti nella comunicazione umana. Il problema è che, ultimamente, la comunicazione è stata modificata e completamente snaturata rispetto a ciò che era prima. Ora, comunicare significa scrivere sms, chattare o fare videochiamate come sostituti per un’interazione personale vera e propria. Ci illudiamo che questi mezzi siano capaci di ricreare una discussione in persona, ma non ci rendiamo conto che non sono altro che dei surrogati che ci permettono di avvicinarci a persone che, per un motivo o per un altro, si trovano a distanze impensabili da noi.

La mia non vuole essere una critica alla comunicazione moderna, ma un tentativo di analizzare questi nuovi stili di comunicazione basandomi sulle funzioni di Jakobson. Senza dubbio, la funzione emotiva è quella che si vede più danneggiata dalla comunicazione di messaggeria istantanea perché, quando l’emittente cerca di trasmettere le proprie emozioni e i propri sentimenti tramite un mezzo piatto e senza modulazione, la comunicazione ne è danneggiata. Per questo motivo, sono stati inventati gli emoticons, che non solo non sono realmente utili per esprimere uno stato d’animo, ma tolgono anche profondità a certe sensazioni che una semplice inflessione di voce non avrebbe difficoltà a chiarire. Io stessa, più di una volta, ho vissuto malintesi per via di una faccina triste usata per scherzo; ora, come risultato, semplicemente uso gli emoticons che sorridono, per evitare possibili fraintendimenti che non fanno altro che aggiungere difficoltà a un tipo di comunicazione già di per sé complicata. Così, anche l’uso delle maiuscole, per convenzione associato al gridare in chat, è una cosa molto scortese e, almeno a mio modo di vedere, molto fastidiosa; al contrario, in una conversazione normale, una variazione del volume della voce non è sempre qualcosa che urta e, anzi, può aggiungere colore alla discussione.

La funzione fatica è la più importante nel caso delle chat e di qualsiasi comunicazione che utilizzi un mezzo tecnologico. È naturale verificare il canale e il suo funzionamento per essere sicuri che l’interazione non sia stata interrotta o non si trovi davanti un qualsiasi ostacolo ma, spesso, diventa la vera essenza della discussione, rendendo il tutto un’esperienza stressante. Dopo aver passato dei mesi in lotta con la compagnia telefonica per una connessione che saltava continuamente nei momenti meno opportuni, sono ormai sempre sul chi vive, e temo sempre che qualsiasi suono irregolare o modificazione nei rumori normali significhi una caduta della linea e un passo indietro nella comunicazione.

Vista così, le interazioni moderne sembrano non avere nessuna possibilità contro un buon caffè tra amici come ai vecchi tempi. Ma, se è così, mi chiedo perché continuiamo a passare tante ore in chat invece che a chiacchierare di persona, a fare le videochiamate invece che a sederci uno davanti all’altro sul divano, e perché le coppie che hanno la fortuna di stare vicine e di poter andare a mangiare qualcosa insieme la finiscano a passare quei momenti totalmente estraniati, ciascuno davanti al proprio telefono, mandando messaggi a qualcun’altro, invece di godere della compagnia di chi hanno di fronte. Se avessi le risposte a queste domande, probabilmente, non sentirei il bisogno di tornare ad aprire i miei vari programmi di IM. Ma il solo fatto di pormi queste domande mi fa capire che la mia infanzia senza cellulare o computer non è facile da debellare per una come me, una che ha bisogno di esprimere ogni minimo cambio d’umore; pensando tutto questo, mi viene da chiedermi perché abbia aspettato tanto prima di allontanarmi per un po’ da tutte queste applicazioni.

Un’ultima domanda: se Jakobson non fosse morto trent’anni fa, e fosse ancora tra noi, starebbe pensando a una teoria parallela alla sua? Nel caso, la chiamerebbe “Teoria della mancanza di comunicazione”?

Colazione da Hegel.

Triangolo semiotico 1

Ecco a voi un post dedicato a dei concetti basici di linguistica. L’idea mi è venuta da un piacevole dibattito su Hegel. Esatto, ho usato volontariamente piacevole ed Hegel nella stessa frase! Da questa chiacchierata, che ha toccato anche i concetti di denotazione e connotazione, è nato questo articolo, che non è altro che un’introduzione generale ad alcune basi della disciplina.

Sappiamo che a ogni concetto corrisponde un segno linguistico e, nel suo Cours de linguistique générale, Ferdinand de Saussure ci dice che il segno linguistico, come generalmente ogni altro segno, è biplanare, poiché è composto da significante e significato. Il pimo componente, il significante, non è altro che ciò che noi percepiamo del segno linguistico, la parola associata a una determinata cosa. Il secondo aspetto, il significato, invece, è l’informazione espressa da quel significante, l’idea associata a quella parola. Se prendiamo come esempio casa, il significante sarà la parola (scritta o pronunciata) casa, mentre il significato saranno tutte le idee associate che questo segno richiama nella nostra mente. Queste due parti sono inscindibli, l’oggetto concreto, chiamato referente, non può esistere senza di loro; ecco perché, nel suo Cours, a pagina 144, Saussure afferma che “l’entité linguistique elle n’existe que par l’association du signifiant et du signifié: dès que l’on ne retient qu’un de ces éléments, elle s’évanouit; au lieu d’un objet concret, on n’a plus devant soi qu’une pure abstraction.”.

Da questi concetti più generali, ci spostiamo ora alla parte della linguistica che, invece, analizza il significato: la semantica. Questa disciplina ci presenta, innanzitutto, la distinzione tra vari tipi di significato. La prima opposizione che troviamo, e che interessa questo post in particolare, è quella tra il significato denotativo e quello connotativo.

Il significato denotativo, o denotazione, si potrebbe definire come il più oggettivo, perché si riferisce a ciò che il segno rappresenta, identifica il referente; il significato connotativo, o connotazione, invece, è quello soggettivo, ciò che noi intendiamo, in base alle nostre sensazioni ed esperienze, per quel determinato segno linguistico. Tornando all’esempio precedente, quindi, il significato denotativo di casa potrebbe essere “edificio, delimitato da mura e formato da stanze, usato come abitazione”, mentre il significato connotativo sarebbe “luogo accogliente, confortevole, caldo, ecc.”. Da ciò, si deduce che la denotazione è un aspetto più esteso del significato, perché la sua descrizione è più generale (oggettiva, come abbiamo detto), e quindi condivisa da più persone. La connotazione, al contrario, dipende dall’esperienza personale che ognuno di noi ha di quel referente: per me, casa può essere un luogo accogliente, associato all’idea di rifugio dal resto del mondo, mentre per qualcun’altro può semplicemente rappresentare il punto d’appoggio in cui lasciare le proprie cose tra un viaggio e l’altro.

L’unione di denotazione e connotazione ci porta a un’altro dualismo del significato. Questi due aspetti insieme danno vita al significato linguistico, ben distinto dal significato sociale. Gaetano Berruto, nel suo Corso elementare di linguistica generale, a pagina 90, ci spiega chiaramente questo concetto quando parla dei saluti e dei pronomi. Ci dice, per esempio, che “Buongiorno ha come significato linguistico ‘auguro una buona giornata’ ma come significato sociale ‘riconosco colui, colei o coloro a cui indirizzo il saluto come persona; instauro un’atmosfera cooperativa di possibile interazione’”. Ci ammonisce inoltre sul fatto che “in espressioni di questo genere, usate per regolare i rapporti sociali fra i parlanti e non per descrivere la realtà esterna, quello che conta fondamentalmente è appunto il significato sociale”.

Tralascerò altri dualismi, come quello tra significato lessicale e significato grammaticale, che esulano in parte dall’analisi che mi ero prefissa per questo post, ma c’è spazio in altri articoli per qualsiasi aspetto della linguistica. Un concetto che vorrei trattare è, però, quello dell’enciclopedia, che Berruto vuole distinguere dal significato in generale, e da quello connotativo in particolare, e che mi lascia perplessa; a pagina 91, il professore ci dice ancora che, mentre il significato è, in ogni suo aspetto, codificato, le conoscenze enciclopediche dipendono “dalla conoscenza del mondo esterno che noi abbiamo in quanto esseri viventi in un determinato ambiente”. Gli esempi che ci propone, però, non chiariscono il concetto o, per meglio dire, non lo differenziano in modo esaustivo dall’idea connotazione. Il confine è labile, come è ovvio che sia, visto che entrambi dipendono da un punto di vista soggettivo e da una approccio personale con quel determinato referente.

Sempre parlando della relazione tra esperienza, cultura e lingua, si può citare una posizione estrema, nata all’interno della scuola americana, la cosiddetta ‘ipotesi Sapir‑Whorf’. Questa, però, con una visione in un certo senso opposta alla precedente, ci dice che sono le forme linguistiche a influenzare la realtà, che la lingua limita e veicola il modo in cui noi sperimentiamo il mondo. Se questo può, in parte, essere vero, perché, tra le altre cose, il nostro modo di categorizzare il tempo o le azioni dipende da come questi vengono espressi nella nostra lingua, non possiamo accettare la formulazione nella sua totalità. Questa ipotesi, infatti, implica che tutto ciò che viviamo e sentiamo possa essere espresso a parole, perché la nostra esperienza del mondo dipende dalla nostra lingua; in realtà, spesso ci siamo trovati nell’impossibilità di spiegare ciò che sentiamo, o non siamo stati soddisfatti dalla scelta dei termini usati da noi stessi per descrivere qualcosa. Allo stesso modo, i cosiddetti bilingui dovrebbero avere contemporaneamente due diverse esperienze della stessa realtà, una per ogni lingua parlata; detto così, il fenomeno sembra più vicino allo sdoppiamento di personalità che al bilinguismo. Quindi, nonostante abbia voluto citare questa posizione, perché importante all’interno dello strutturalismo americano, non mi sento di poterla accettare in modo assoluto.

Torniamo ora al segno linguistico, punto focale di questa analisi, e parliamo di una delle sue principali caratteristiche: l’arbitrarietà, anch’essa trattata, tra gli altri, da Saussure. I segni linguistici sono arbitrari perché associati a un referente per convenzione; non esiste, infatti, tra il referente e il significante, nessuna connessione assoluta; è per questo motivo che ogni lingua ha un significante diverso associato a uno stesso referente (al referente casa è associato il significante casa in italiano, maison in francese, house in inglese, e così via). Allo stesso modo, il significato è arbitrario, perché non per tutti casa richiama la stessa idea: per una persona, casa può rappresentare un edificio su due piani, con giardino e posto macchina, e situato in periferia, mentre per un’altra può essere un appartamento al quinto piano, senza giardino e in centro città.

Non voglio dilungarmi eccessivamente su questo tema, che darebbe probabilmente materiale per un intero libro (e tanti, infatti, sono quelli che sono stati scritti su questi argomenti), né voglio entrare qui in dettaglio sui vari livelli di arbitrarietà, e neppure sulle eccezioni, ma non disdegno di farlo se qualcuno di voi fosse interessato. Il mio obiettivo era quello di introdurre i concetti di denotazione e connotazione, tra gli altri, per aprire un dibattito che esuli dal semplice ambito linguistico e si colleghi invece alla filosofia e a quanti più campi possibile.

La lingua, come è ovvio che sia, non è qualcosa di esatto e di indipendente dalle interpretazioni; è, invece, un essere vivo, che cambia continuamente, influenzata dagli altri aspetti della vita, e anche da noi stessi, che la forgiamo a nostro piacere. Questa libertà e malleabilità è ciò che rende interessante e complicato il lavoro della traduzione, perché nulla è certo, e non esiste una sola versione. Ogni traduttore avrà una diversa opzione per lo stesso testo, e anche uno stesso traduttore avrà più versioni dipendendo dal momento. Come diceva sempre il buon John Hyde durante le lezioni di lingua inglese, “if I ask you which is the translation of a word, you should always answer ‘it depends’”.

“Bilingual… whatever that means!”

UK-flag

Click on the flag to read the English version

Come promesso nell’introduzione, eccomi qua con uno dei temi più difficili: il bilinguismo. So benissimo di essere un’estremista su questo punto, e sono, senza dubbio, in buona compagnia (chi cito nel titolo è solo uno dei tanti esempi; qualcuno di voi avrà sicuramente riconosciuto la mitica, non sempre in senso positivo, Helen Campbell). Inoltre, non penso di poter esaurire il tema con questo post, ma voglio almeno iniziare, sperando che apra una piacevole discussione.

Per me, bilingue non è altro che un’etichetta vuota se riferita a una persona. Tutti la usano, ma nessuno le attribuisce lo stesso significato; molti, addirittura, le danno una connotazione diversa in base al momento e al discorso. Lo stesso Freddi, nel suo Psicolinguistica, sociolinguistica, glottodidattica. La formazione di base dell’insegnante di lingue e di lettere, in un unico paragrafo, ci definisce bilingue come “colui che conosce perfettamente l’italiano e il tedesco, l’italiano e l’inglese, l’italiano e lo spagnolo, ecc.” (il grassetto è mio), per poi dirci che “il bilinguismo può essere, per così dire, totale o parziale”. Come possiamo, mi chiedo, combinare perfettamente e parziale? Spesso, inoltre, e come si vede anche in Freddi, per capire a cosa ci si stia riferendo, a bilingue bisogna aggiungere un aggettivo (b. parziale, b. precoce, ecc.). Se Freddi non mi lascia nulla chiaro, il dizionario Treccani non mi aiuta comunque, visto che, alla definizione 2.a, afferma che bilingue è colui “che usa normalmente e correntemente due lingue”. Perfetto, a me questo dice poco o niente, perché praticamente tutte le persone che ho conosciuto durante la mia vita corrispondono a questa descrizione. Quindi, mi trovo in una situazione in cui tra persona e bilingue dovrebbe esistere una relazione di iperonimia che non ho mai visto riscontrata nella  realtà.

Lasciamo ora da parte la teoria e prendiamo degli esempi concreti. Vorrei iniziare con la situazione di noi sardi: dovremmo essere considerati bilingui, perché parliamo da sempre sia il sardo che l’italiano e li abbiamo imparati in contemporanea. Quanti di noi, però, possono davvero usare le due lingue indifferentemente in qualsiasi contesto? Ben pochi, che, di solito, coincidono con coloro che hanno studiato il sardo all’università. Vi cito come esempio una conversazione con il mio adorabile papà; è un dialogo risalente a qualche giorno fa e dedicato ai cambi nel gusto che arrivano a una certa età (come ho già detto nell’introduzione, non ho studiato il sardo: per le mie trascrizioni, mi baso su poche regole che conosco, e qualsiasi correzione è, quindi, benvenuta):

Originale Italiano
Gino: Casi ca prima no mi praxiada su pisci a budhiu, e immui no mi arrachediri.

Emma: Ma cussu no bolli nâi nudha, sceti ca immui ses sanau.

Gino: Naras tui ca fia mobadiu candu mi arrachediada?

Emma: Mi parriri aici atotu.

Gino: No nç’at mabi!

Gino: Prima mi piaceva da morire il pesce lesso, e ora non mi va proprio.

Emma: Quello non vuol dire nulla, solo che sei guarito.

Gino: Dici che ero malato prima, quando mi piaceva?

Emma: Direi proprio di sì.

Gino: Andiamo bene! 

Come potete vedere, la conversazione è avvenuta in sardo, e il sarcasmo era presente e condiviso da entrambi, cosa da non sottovalutare quando si parla di competenze in una determinata lingua, ma questo non mi rende assolutamente bilingue, perché in sardo non potrei trattare un’infinità di argomenti che comunque conosco. Mio padre è, senza dubbio, molto più vicino di me all’utopistico bilinguismo, perché le sue competenze linguistiche in italiano e sardo praticamente coincidono, e potrebbe virtualmente parlare di quasi tutti i temi che conosce in entrambe le lingue. Ma, per la stragrande maggioranza di noi, ciò non accade. Quindi, più precisamente, ci troviamo di fronte a un fenomeno di diglossia (nel caso di mio padre, di gran parte della sua generazione e di molte generazioni successive alla sua), o di dilalia (nel caso della mia generazione e di quelle vicine alla mia). Il fatto che spesso si parli di bilinguismo con diglossia non fa che rafforzare la mia opinione di bilinguismo come di un termine‑contenitore che ingloba tutti i vari fenomeni che si riconducono al  parlare due lingue ma senza indicare, di per sé, nulla di chiaro.

Ovviamente, non posso non citare l’esempio di chi semplicemente studia una lingua straniera a scuola, iniziando dai sei anni. Ne parlo perché, quando ancora studiavo a Cagliari, mi capitò di assistere a questa discussione surreale. Una persona, senza nessun parente o contatto straniero, e che non aveva mai risieduto all’estero, cercava di imporre la propria traduzione inglese ad altri colleghi, anche con un certo disprezzo. Era così sicura di aver ragione? Certo, e questo perché, a suo dire, era bilingue: aveva studiato inglese fin dalla prima elementare! Non conosco bene la situazione attuale delle scuole, né dell’insegnamento della lingua straniera ai bambini e ai ragazzi, ma sì ciò che ho vissuto io, e quindi anche lei. Io non ho studiato la lingua straniera dalla prima elementare, ma altre persone vicine a me l’hanno fatto, e non avevano né un livello più alto del mio, né una pronuncia migliore (considerando il mio livello di francese all’epoca, questo non è per niente un complimento). Siamo sicuri, quindi, che questa persona si potesse definire bilingue solo per quel motivo? È vero che imparare una L2 nei primi anni di vita può portare a risultati infinitamente migliori, ma stiamo parlando di situazioni in cui si impara la lingua nella sua totalità, e con una certa immersione nell’ambiente culturale, non di due ore a settimana con insegnanti che sono italiani e che, se si è fortunati, hanno imparato la lingua con qualcosa di più di un mini corso di aggiornamento.

Certo, ci sono tanti casi diversi, generalizzare è sempre un errore. Tanti colleghi si trovano in una situazione simile alla mia, hanno vissuto per tanti anni all’estero e hanno studiato lì traduzione e interpretazione. I più fortunati, hanno potuto comunque lavorare verso la propria lingua materna; altri, si sono dovuti accontentare di averla come langue source o, come nel mio caso, hanno dovuto incrociare le combinazioni. Mi ritengo io, per questo, bilingue con lo spagnolo? No, e non ci devo pensare prima di rispondere. Durante gli studi salmantini mi veniva più naturale interpretare verso lo spagnolo che verso l’italiano, nonostante questa sia la mia madrelingua? Senza dubbio, perché ormai avevo attivato in castigliano il vocabolario dei temi trattati e le strategie che ti salvano in cabina, ma continuavo a inciampare nei particolari più ridicoli, che non sarebbero mai un problema per una persona con spagnolo come L1 (con una certa cultura, ovviamente). Ecco che, per esempio, hoja de ruta era la risposta immediata al sentire tableau de bord, o confidencialidad al sentire privacy; però, c’era una pausa (e, a volte, il suggerimento segreto da fuori, lo ricordo con affetto) al posto di Océano Índico o di Dardanelos. Non erano nozioni astruse che non avrei mai potuto conoscere, sono nomi che si imparano alle elementari e che non verrebbero neppure processati coscientemente in simultanea, ma di cui non si conosce sempre l’esatta pronuncia o grafia in un’altra lingua.

Chissà, magari questo mio rifiuto per la dicitura bilingue non deriva solo dalle esperienze personali con colleghe presuntuose e persone che usano il termine senza cognizione di causa. Probabilmente, deriva anche dalla mia formazione e dal mio ambiente di lavoro. Non ricordo, infatti, da quanto non sento esperti del campo usare questa parola in modo positivo. Spesso, addirittura, “è bilingue” è un eufemismo per “non è adatto a fare l’interprete” (non è la mia opinione, sia chiaro, ma mi è capitato varie volte di vedere questo termine usato in questo modo, e parlerò in un prossimo post dell’essere o no adatto a fare l’interprete).

Per concludere con un po’ di ironia, vi voglio porre una domanda, che è anche una provocazione. Se è vero, come si dice, che “traduttore traditore”, e che, secondo la definizione 2.b del dizionario Treccani, bilingue significa anche “falso, doppio, bugiardo”, pensate che, seppur non adatti all’interpretazione, i bilingui possano quindi essere degli ottimi traduttori?