Language VS dialect, a political stand?

Every person I hear about this subject talks about his own as a language, not a dialect.

With this statement, my friend Debora easily summed up years of linguistic debates and quarrels about which language is more important than which other. This discussion has not ended yet, and probably never will. So, what is a language and what is a dialect?

According to Merriam-Webster:

Language is (1 a) the words, their pronunciation, and the methods of combining them used and understood by a community.

Dialect is (1 a) a regional variety of language distinguished by features of vocabulary, grammar, and pronunciation from other regional varieties and constituting together with them a single language and (1 b) one of two or more cognate languages .

These two definitions don’t say the same thing for both words, but they don’t differentiate them either. The definition shown for language can also be used for dialect, and the example in definition 1b of dialect includes French and Italian, known languages, as examples of dialects. Are then the two words interchangeable? Yes and no.

It is often said that a language has a tradition of written literature, but many Italian dialects also do, so this reason alone is not sufficient. Quoting a famous statement attributed to Weinreich, we could say that “a language is a dialect with an army and a navy,” and we would be getting closer to the actual explanation.

The Italian language was also a dialect, one of the several spoken in the Italian peninsula, and was then chosen to be the language of the whole territory. It is the same as a region that obtains independence: before part of a bigger state, then a whole political entity itself.

Let’s take Sardinian as an example, in which category should we include it? It is a language, and we can say so because the law recognised that. A regional law dating 1997 gives Sardinian the status of a language. The fact that the charter of Sardinia as an autonomic region, which is part of the Italian Constitution, does not talk of Sardinian as a language should not worry us, considering the fact that, apparently, the Italian Constitution never talks of Italian as the official language of the state either.

Due to his status of co-official language, Sardinian can be taught at school, can be used for bilingual street signs in the island, and to interact with the public services. Moreover, Sardinian citizens can require an interpreter if they are on trial or need to deal with state representatives. Also, as a co-official language of an EU member state, can be used in the Committee of the Regions.

What can be said, then, is that, often, differenciating between language and dialect is more a political stand rather than a linguistic one. If you want to know more, this article is very interesting and lists 3 reasons (linguistic, cultural, and political) that differentiate the two.

I hope you enjoyed this short post, which also served me to correct what I said the other night about which entity recognised Sardinian as a language. Now, to conclude, my best wishes for a naughty Christmas Eve, but wait for naughty Santa to be published!

Until next, and… keep being naughty, Knotty surely will!!!

“Il sardo: non bisogna parlarne, bisogna parlarlo”

Sono in Sardegna da qualche giorno, dieci, a voler essere precisi, e sono stata positivamente sorpresa da qualcosa: la televisione nazionale è sempre più fonte di delusione, ma quella regionale è di gran lunga migliorata. Ogni giorno, mi piange il cuore e mi fan male le orecchie quando ascolto il telegiornale nazionale, e sento verbi coniugati al plurale associati a soggetti singolari o viceversa, soggetti femminili accompagnati da complementi maschili e viceversa, parole straniere senza significato, decontestualizzate o usate laddove si potrebbe facilmente adoperare un termine italiano. A questa tortura linguistica, si accompagnano programmi dubbi, noiosi, ripetitivi, buonisti e senza nessun merito, e pubblicità orrende, sgrammaticate e totalmente prive di arte.

In questa valle digitale di lacrime, una ventata di freschezza è arrivata oggi quando ho visto le pubblicità della Regione Sardegna per la promozione della lingua sarda. In TV ne ho visto due, e una ve la propongo qua da youtube.com:

Purtroppo, non sono riuscita a trovare l’altra, che mi è piaciuta ancora di più per il messaggio: “il sardo: non bisogna parlarne, bisogna parlarlo”, un tema che si avvicina al mio post di qualche tempo fa “How to save a dying language? Speak it!” Cercando questo secondo video, comunque,mi sono imbattuta in un’altra pubblicità che mi è piaciuta. Eccola per voi:

È un sollievo sapere che qualcosa, oltre alle leggi di questi ultimi anni, promulgate per difendere il sardo e favorirne la diffusione, sta arrivando a tutti tramite la televisione che, con tutti i suoi difetti, ha il potere di trasmettere messaggi su ampia scala, e di influenzare i telespettatori. Se questo generalmente non è un bene, lo è in questo caso, perché rende attuale e moderno qualcosa che, per vergogna e ignoranza, stavamo lasciando morire: la nostra identità. Se siete interessati a saperne di più sul sardo, le sue origini e la sua storia, il sito della Regione Autonoma della Sardegna presenta delle pagine veramente interessanti che troverete seguendo questo link.

Mi tengo fuori da polemiche nate in altri blog sempre su questa pubblicità, perché condivido l’opinione di chi in quelle pagine ha commentato: è palese una volontà di demonizzare il sardo e di criticare scelte politico-economiche, senza tenere conto dell’effetto positivo di questa campagna sul sardo, una lingua che non è solo preziosa, come tutte le lingue del mondo, perché portatrice di storia e cultura per tutto un popolo, ma che è anche terribilmente in pericolo. A questa gente, e a tutti voi, dico, ispirandomi allo slogan per la promozione della lingua catalana: parla senza vergogna, parla sardo!

Paschixedha – Natale in Sardegna

cassette-tape

 

Fate click sulla cassetta per sentire la registrazione

 

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Trascrizione di  Natale in Sardegna. Cliccate sul link per leggerla in italiano

 

 

 

 

Cari lettori e followers, ecco, come promesso, il post natalizio creato con l’aiuto del mio adorabile papà, zio Gino. In una dolce chiacchierata attorno al fuoco, ci racconta come si trascorreva il Natale in Sardegna negli anni della guerra, a cavallo tra gli anni ’30 e ’40. Nessuno di noi si è minimamente curato del Kindle che registrava e, in tutta spontaneità, parliamo come sempre facciamo tra di noi, naturalmente, mischiando il sardo e l’italiano, e anche parlando un italiano con tantissime interferenze, come potete sentire nel mio caso, visto che spesso uso espressioni tipiche sarde nonostante stia parlando in italiano. Esempi palesi sono “togo” o “la gente” usato come lo uso io, senza una specificazione che lo accompagni, ma anche il “la” usato nel senso di “vedi” o “per esempio”.

Tre sono, senza dubbio, le caratteristiche del sardo che ritroviamo in questa chiacchierata: la prima è la presenza della parola tesinanta, che letteralmente significa “come si chiama”, e che viene usato tantissimo, anche per formare verbi, e non è raro il caso di frasi interamente formate con le declinazioni di questa parola: porta su tesinanta chi esti in cussu tesinanta, du deppu tesinantai. Letteralmente, significa “portami il come si chiama dal come si chiama perché devo come si chiamarlo”, una frase senza alcun senso, ma che può voler dire “portami le forbici da quel cassetto perché devo affilarle”, o “portami il libro dalla librería perché devo foderarlo”, o avere migliaia di altri significati. Il vero messaggio si può capire solo dal contesto.

Secondo punto distintivo è quello di ripetere at nâu (ha detto, N.d.T.) nelle frasi in cui si racconta qualcosa. È un intercalare che poco ha a che fare con l’utilità o la comunicazione. Mio padre lo usa spesso quando parla del Natale trascorso a casa di suo zio, ma non l’ho trascritto ogni volta; in alcuni passi, è presente anche nella trascrizione, così da facilitare il riconoscimento.

Un’altra caratteristica del sardo è il passato remoto formato con l’ausiliare + stau, una forma non più tanto usata. Per esempio, parlando della messa dell’aurora, mio padre dice dhòi seu stau andau (letteralmente, “ci sono stato andato”, N.d.T.), mentre ora diremmo: dhòi seu andau (ci sono andato, N.d.T.).

Grazie a tutti per l’affetto e perché continuate a seguirmi. Il post è un misto di italiano e sardo, ma la trascrizione è completamente in italiano, con le parti in corsivo ad indicare quando, in realtà, stavamo parlando in sardo. Spero di poter preparare una versione in inglese del tutto, così che anche chi non parla l’italiano possa leggere questo post. Godetevi il mio regalo di Natale!

Inserisco qua alcune foto perché si possano vedere i cibi e i giochi di cui si parla nell’intervista:

Badharincus Badharincus

Pai ‘e saba Pai 'e saba

Pistocchedhus de Serrenti Pistocchedhus de Serrenti

Cotechino Cotechino

La Befana vien di notte…


Italia       Francia        Spagna

Buon anno a tutti voi, spero che abbiate festeggiato in grande e che vi stiate godendo questi ultimi giorni incastrati tra una festa e l’altra. Per quanto mi riguarda, non sono neppure sicura di aver smesso di festeggiare da tre giorni fa!

Come avevo detto nella presentazione del blog, nei miei post parlerò di tutto ciò che si può collegare alle lingue, e credo che le tradizioni e il folklore dei vari paesi siano un tema da includere tra quelli da trattare. Tante volte è capitato di parlare con persone straniere delle feste natalizie, e di tirare in ballo la Befana. Immancabilmente, la risposta è stata: “Befana?!” È successo anche pochi giorni fa, e ho deciso di dedicare quest’articolo non solo a questa vecchietta che tanto piace a noi italiani, ma anche alle varie tradizioni dei paesi circostanti per il giorno dell’Epifania.

Ovviamente, iniziamo da casa nostra, spiegando chi sia la Befana e cosa faccia. È una vecchietta che prende il nome proprio dalla festa che si celebra il 6 gennaio. Befana è, infatti, una storpiatura della parola Epifania. Questa anziana signora somiglia a una strega, coi vestiti vecchi e logori, il naso adunco e la scopa volante, ma è buona e non fa magie (oltre a volare sulla scopa). La notte tra il 5 e il 6 gennaio, questa tenera nonnina porta dolci e frutta secca ai bambini buoni, e carbone a quelli cattivi. Così era in origine, prima che il consumismo sfrenato trasformasse anche questa tradizione in una nuova occasione per regali enormi e costosi come quelli natalizi, e così è ancora a casa mia!

In ogni città italiana, poi, c’è una diversa usanza per l’Epifania, e potete trovarle tutte su internet. Qua, io voglio solo citare quella di Cagliari, perché è vicina a me, e perché è una tradizione ammirevole (ovviamente, non avviene solo a Cagliari). Chiunque può offrire dei giocattoli ai vigili urbani che, travestiti, appunto, da Befane, li porteranno ai bambini ricoverati negli ospedali cittadini. È la famosa “Befana dei vigili urbani”. Ricordo che, prima, quando ancora non c’era la rotonda, i regali venivano accumulati a formare un’enorme piramide posta al centro dell’incrocio tra via Dante e via Paoli; qualcuno sa se si faccia sempre lì?

Quando iniziai a studiare francese, tra una preghiera e una poesia (preferirei glissare sull’argomento), studiammo anche alcune tradizioni di questo tipo seguite in Francia. Sembra che i vicini d’oltralpe festeggino mangiando la galette des Rois, così chiamata in onore ai Re Magi. Io sapevo che, in questo dolce, si nascondeva un anello, ma internet parla di una statuina di un re (cosa che mi sembra più sensata), mentre originariamente, ciò che veniva nascosto era semplicemente una fava. In ogni caso, chi trova la sorpresa nella propria fetta viene eletto re o regina della festa, e deve offrire un’altra galette. Così è come mi avevano spiegato la tradizione, ma sarei grata agli amici francesi se volessero correggere eventuali errori o spiegare più approfonditamente qualche particolare.

In Spagna, la tradizione è un po’ diversa. L’Epifania è una festa importante, e i regali più grossi li portano proprio i Re Magi, mentre Babbo Natale porta solo dolci e piccoli doni (ma, anche in questo caso, il consumismo sta cambiando le abitudini). Inoltre, nelle varie città, ci sono le tradizionali sfilate, le Cabalgatas de los Reyes Magos, in cui i carri portano i Magi in giro per le strade a distribuire caramelle a tutti. Ricordo ancora con nostalgia quelle alla ciliegia, buonissime, che lanciarono a Girona! Un’altra usanza spagnola è quella del Roscón de Reyes, un dolce soffice, a forma di ciambellone (un roscón, appunto), decorato con frutta candita, ma di cui, ormai, esistono tantissime varianti, farcite e non. Anche questi dolci, come quelli francesi, sono ispirati a quelli delle feste dell’impero romano.

Non so se siate stati bravi o no, ma non vi porterò carbone; il mio regalo della Befana per voi è, oltre a questo post, la filastrocca dedicata alla dolce vecchietta:

“La Befana vien di notte

Con le scarpe tutte rotte

  Col cappello alla romana

Viva, Viva La Befana!”

Questa è la versione che ho imparato da mia mamma, ma ce ne sono varie, che sostituiscono il cappello con il vestito alla romana, con le toppe alla sottana, ecc. Buona Befana a tutti!

El sardo es una lengua viva, ¡larga vida al sardo!

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Cliccate sulla bandiera per la versione italiana

Me doy cuenta de que muchos de mis artículos nacen de algún encuentro con amigos y comida. Bueno, este no es ninguna excepción, inspirado por unas maravillosas horas pasadas con Lluís Guia Marín, profesor en la Universidad de Valencia, experto de historia sarda, viajero empedernido pero, sobre todo, gran amigo.

Sin duda, comimos mucho, y bien, es lo que tiene ir a un buen restaurante en tu ciudad y que la dueña tenga un trato especial para los buenos clientes. Claro, que la ciudad era la mía, pero el que estaba como en casa era él, que ya hace tiempo que visita Cagliari varias veces al año. Lo que ha cambiado respecto al pasado es lo bien que ahora habla italiano. Hemos charlado sobre muchas cosas, obviamente: la familia, el trabajo, los viajes, su nuevo libro y los idiomas. Estos dos temas van juntos, porque esta obra está escrita en catalán, y de allí salió nuestra conversación, que me hizo reflexionar, una vez más, sobre el sardo.

Algo que no me planteé nunca es cómo Lluís hubiera aprendido el catalán. Para mí, todos los que se criaron en una zona en la que se habla este idioma lo han estudiado junto con el castellano en la escuela; ni pensé que eso no era absolutamente así durante el franquismo (y a ver lo que va a pasar ahora, podríamos decir). No sé si él no lo estudió por esta razón, pero lo que sí sé, porque me lo dijo, es que nunca lo estudió, que ni siquiera lo hablaba en casa, porque sus padres no compartían este idioma. Cuando ya era mayor, empezó a practicarlo, luego a escribirlo y, después de que le corrigieran mucho, ya lo dominó, y ahora tiene el mismo nivel en castellano y en catalán. Él mismo dijo que ni siquiera se da cuenta de qué idioma habla con su familia, a veces castellano y a veces catalán, que lo hace sin pensarlo.

Hasta aquí, todo es muy parecido a mi experiencia; aunque suela hablar italiano, en casa también hablo sardo (no solo en casa, pero sobre todo ahí), y es raro que me pregunte en qué idioma responder, o qué idioma estoy hablando. Últimamente pasa más porque me planteo más dudas sobre los idiomas, pero no porque tenga dificultades para expresarme en uno y no en el otro; si eso pasa, cambio lengua sin que eso sea procesado concientemente por mi cerebro.

Pero algo me impactó de lo que dijo Lluís sobre el sardo: “se está perdiendo, si seguís así lo vais a perder”. Pues, tiene razón. Siempre ha habido debate sobre si enseñar o no el sardo y sobre qué variedad enseñar, porque hay muchas variedades, como se puede ver en este mapa. Antes, podía haber más problemas, porque solo una estaba codificada, y estudiarla habría supuesto para muchos, yo incluida, aprender un idioma extranjero como otro. Ahora, sin embargo, hay más reglamentación para todas las variedades, y se podría enseñar cada una en su propia zona de utilización.

En un artículo que encontré en Internet, se plantea la pregunta de por qué enseñar el sardo, y parece no haber un porqué, que se debería seguir así, aprendiéndolo en casa o en la calle, hasta que el sardo desaparezca, si así está escrito. Probablemente el sardo no tendrá gran utilidad a nivel internacional, pero tampoco es que la tengan el catalán, el gallego, el vasco u otras lenguas. Sin embargo, ¿es esa una razón para no enseñarlas? Diría que no. Sigo sin haber medido la altura de ningún monte con las fórmulas matemáticas que aprendí en mis años del instituto, pero me las tuve que aprender de todas formas. Gracias a Dios, hice como Sherlock Holmes, y las olvidé, porque “a man’s brain originally is like a little empty attic, and you have to stock it with such furniture as you choose. […] It is of the highest importance, therefore, not to have useless facts elbowing out the useful ones.”

Si siguiéramos ese principio de utilidad, muchas son las cosas que no me deberían haber enseñado en la escuela, y muchas otras las que no estaban incluidas en los programas y sí deberían haberlo estado. Algo está cambiando, y este mismo año se aprobaron leyes para difundir la enseñanza del sardo, y creo que es justo, porque algo es hablar un idioma, y otra cosa es de verdad conocerlo y difundirlo. Si el sardo, como otras lenguas, debe morir, que así sea; pero, que no muera porque la gente ha querido matarlo por vergüenza o pereza. Sobre todo, hasta que muera, que se aprenda correctamente, que se tenga la posibilidad de hablarlo bien.

“Bilingual… whatever that means!”

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Come promesso nell’introduzione, eccomi qua con uno dei temi più difficili: il bilinguismo. So benissimo di essere un’estremista su questo punto, e sono, senza dubbio, in buona compagnia (chi cito nel titolo è solo uno dei tanti esempi; qualcuno di voi avrà sicuramente riconosciuto la mitica, non sempre in senso positivo, Helen Campbell). Inoltre, non penso di poter esaurire il tema con questo post, ma voglio almeno iniziare, sperando che apra una piacevole discussione.

Per me, bilingue non è altro che un’etichetta vuota se riferita a una persona. Tutti la usano, ma nessuno le attribuisce lo stesso significato; molti, addirittura, le danno una connotazione diversa in base al momento e al discorso. Lo stesso Freddi, nel suo Psicolinguistica, sociolinguistica, glottodidattica. La formazione di base dell’insegnante di lingue e di lettere, in un unico paragrafo, ci definisce bilingue come “colui che conosce perfettamente l’italiano e il tedesco, l’italiano e l’inglese, l’italiano e lo spagnolo, ecc.” (il grassetto è mio), per poi dirci che “il bilinguismo può essere, per così dire, totale o parziale”. Come possiamo, mi chiedo, combinare perfettamente e parziale? Spesso, inoltre, e come si vede anche in Freddi, per capire a cosa ci si stia riferendo, a bilingue bisogna aggiungere un aggettivo (b. parziale, b. precoce, ecc.). Se Freddi non mi lascia nulla chiaro, il dizionario Treccani non mi aiuta comunque, visto che, alla definizione 2.a, afferma che bilingue è colui “che usa normalmente e correntemente due lingue”. Perfetto, a me questo dice poco o niente, perché praticamente tutte le persone che ho conosciuto durante la mia vita corrispondono a questa descrizione. Quindi, mi trovo in una situazione in cui tra persona e bilingue dovrebbe esistere una relazione di iperonimia che non ho mai visto riscontrata nella  realtà.

Lasciamo ora da parte la teoria e prendiamo degli esempi concreti. Vorrei iniziare con la situazione di noi sardi: dovremmo essere considerati bilingui, perché parliamo da sempre sia il sardo che l’italiano e li abbiamo imparati in contemporanea. Quanti di noi, però, possono davvero usare le due lingue indifferentemente in qualsiasi contesto? Ben pochi, che, di solito, coincidono con coloro che hanno studiato il sardo all’università. Vi cito come esempio una conversazione con il mio adorabile papà; è un dialogo risalente a qualche giorno fa e dedicato ai cambi nel gusto che arrivano a una certa età (come ho già detto nell’introduzione, non ho studiato il sardo: per le mie trascrizioni, mi baso su poche regole che conosco, e qualsiasi correzione è, quindi, benvenuta):

Originale Italiano
Gino: Casi ca prima no mi praxiada su pisci a budhiu, e immui no mi arrachediri.

Emma: Ma cussu no bolli nâi nudha, sceti ca immui ses sanau.

Gino: Naras tui ca fia mobadiu candu mi arrachediada?

Emma: Mi parriri aici atotu.

Gino: No nç’at mabi!

Gino: Prima mi piaceva da morire il pesce lesso, e ora non mi va proprio.

Emma: Quello non vuol dire nulla, solo che sei guarito.

Gino: Dici che ero malato prima, quando mi piaceva?

Emma: Direi proprio di sì.

Gino: Andiamo bene! 

Come potete vedere, la conversazione è avvenuta in sardo, e il sarcasmo era presente e condiviso da entrambi, cosa da non sottovalutare quando si parla di competenze in una determinata lingua, ma questo non mi rende assolutamente bilingue, perché in sardo non potrei trattare un’infinità di argomenti che comunque conosco. Mio padre è, senza dubbio, molto più vicino di me all’utopistico bilinguismo, perché le sue competenze linguistiche in italiano e sardo praticamente coincidono, e potrebbe virtualmente parlare di quasi tutti i temi che conosce in entrambe le lingue. Ma, per la stragrande maggioranza di noi, ciò non accade. Quindi, più precisamente, ci troviamo di fronte a un fenomeno di diglossia (nel caso di mio padre, di gran parte della sua generazione e di molte generazioni successive alla sua), o di dilalia (nel caso della mia generazione e di quelle vicine alla mia). Il fatto che spesso si parli di bilinguismo con diglossia non fa che rafforzare la mia opinione di bilinguismo come di un termine‑contenitore che ingloba tutti i vari fenomeni che si riconducono al  parlare due lingue ma senza indicare, di per sé, nulla di chiaro.

Ovviamente, non posso non citare l’esempio di chi semplicemente studia una lingua straniera a scuola, iniziando dai sei anni. Ne parlo perché, quando ancora studiavo a Cagliari, mi capitò di assistere a questa discussione surreale. Una persona, senza nessun parente o contatto straniero, e che non aveva mai risieduto all’estero, cercava di imporre la propria traduzione inglese ad altri colleghi, anche con un certo disprezzo. Era così sicura di aver ragione? Certo, e questo perché, a suo dire, era bilingue: aveva studiato inglese fin dalla prima elementare! Non conosco bene la situazione attuale delle scuole, né dell’insegnamento della lingua straniera ai bambini e ai ragazzi, ma sì ciò che ho vissuto io, e quindi anche lei. Io non ho studiato la lingua straniera dalla prima elementare, ma altre persone vicine a me l’hanno fatto, e non avevano né un livello più alto del mio, né una pronuncia migliore (considerando il mio livello di francese all’epoca, questo non è per niente un complimento). Siamo sicuri, quindi, che questa persona si potesse definire bilingue solo per quel motivo? È vero che imparare una L2 nei primi anni di vita può portare a risultati infinitamente migliori, ma stiamo parlando di situazioni in cui si impara la lingua nella sua totalità, e con una certa immersione nell’ambiente culturale, non di due ore a settimana con insegnanti che sono italiani e che, se si è fortunati, hanno imparato la lingua con qualcosa di più di un mini corso di aggiornamento.

Certo, ci sono tanti casi diversi, generalizzare è sempre un errore. Tanti colleghi si trovano in una situazione simile alla mia, hanno vissuto per tanti anni all’estero e hanno studiato lì traduzione e interpretazione. I più fortunati, hanno potuto comunque lavorare verso la propria lingua materna; altri, si sono dovuti accontentare di averla come langue source o, come nel mio caso, hanno dovuto incrociare le combinazioni. Mi ritengo io, per questo, bilingue con lo spagnolo? No, e non ci devo pensare prima di rispondere. Durante gli studi salmantini mi veniva più naturale interpretare verso lo spagnolo che verso l’italiano, nonostante questa sia la mia madrelingua? Senza dubbio, perché ormai avevo attivato in castigliano il vocabolario dei temi trattati e le strategie che ti salvano in cabina, ma continuavo a inciampare nei particolari più ridicoli, che non sarebbero mai un problema per una persona con spagnolo come L1 (con una certa cultura, ovviamente). Ecco che, per esempio, hoja de ruta era la risposta immediata al sentire tableau de bord, o confidencialidad al sentire privacy; però, c’era una pausa (e, a volte, il suggerimento segreto da fuori, lo ricordo con affetto) al posto di Océano Índico o di Dardanelos. Non erano nozioni astruse che non avrei mai potuto conoscere, sono nomi che si imparano alle elementari e che non verrebbero neppure processati coscientemente in simultanea, ma di cui non si conosce sempre l’esatta pronuncia o grafia in un’altra lingua.

Chissà, magari questo mio rifiuto per la dicitura bilingue non deriva solo dalle esperienze personali con colleghe presuntuose e persone che usano il termine senza cognizione di causa. Probabilmente, deriva anche dalla mia formazione e dal mio ambiente di lavoro. Non ricordo, infatti, da quanto non sento esperti del campo usare questa parola in modo positivo. Spesso, addirittura, “è bilingue” è un eufemismo per “non è adatto a fare l’interprete” (non è la mia opinione, sia chiaro, ma mi è capitato varie volte di vedere questo termine usato in questo modo, e parlerò in un prossimo post dell’essere o no adatto a fare l’interprete).

Per concludere con un po’ di ironia, vi voglio porre una domanda, che è anche una provocazione. Se è vero, come si dice, che “traduttore traditore”, e che, secondo la definizione 2.b del dizionario Treccani, bilingue significa anche “falso, doppio, bugiardo”, pensate che, seppur non adatti all’interpretazione, i bilingui possano quindi essere degli ottimi traduttori?