“La meglio gioventù”, un’analisi della società italiana

Ho appena finito di guardare La meglio gioventù, e la prima domanda che mi viene da pormi è più che ovvia: perché ho aspettato dieci anni? Pigrizia e trascuratezza, senza dubbio, ma non solo, e d’altronde non è l’unica cosa che, per sbaglio, ho trascinato per dieci anni. Le mie opinioni si potrebbero facilmente riassumere con una frase, quella che ho scritto, non appena sono apparsi i titoli di coda, a chi questo film me l’aveva consigliato: è bellissimo, così bello e triste che fa male!

Per tanto tempo, ho pensato di voler sempre leggere qualcosa prima di vedere un film, il libro da cui era tratto se era il caso, o almeno le informazioni sulla trama. È da un po’ che non seguo questo principio, e che mi sto tuffando nei film e nei telefilm con il bagaglio di conoscenze che già avevo. È un modo per apprezzare di più ciò che vedo, e di avere curiosità più che alte speranze. Questo film è il caso più lampante. Per ben dieci anni l’ho sentito nominare, ma non ho mai cercato nulla.

Non sapevo cosa aspettarmi, e non avevo idea di cosa parlasse il film. L’unica cosa che mi ha guidato, e anche bloccato per tanto tempo, è stato il titolo, chiaramente triste secondo me, idea totalmente confermata al sentire chi mi aveva detto il contrario. Mi sono immediatamente ritrovata immersa in un compendio di storia italiana dagli anni ’60 ai giorni nostri. Al 2003, in realtà, ma io mi vedo ancora là, forse perché quell’anno fu per me ciò che il 1966 fu per Matteo e Nicola.

Ciò che si presenta inizialmente come un’analisi psicologica di alcuni personaggi, si rivela ben presto un ritratto frenetico di una società spaccata, sofferente, giovane ma con il peso troppo opprimente di una storia troppo lunga e troppo tragica. Le parole del professore sono la rappresentazione fedele del mondo universitario italiano, ma anche del resto delle istituzioni della nazione, dalla politica alle forze dell’ordine, dal mondo del lavoro al sistema sanitario.

Professore: Lei promette bene, le dicevo, e probabilmente sbaglio, comunque voglio darle un consiglio, lei ha una qualche ambizione?

Nicola: Ma… Non…

Professore: E allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuol fare, il chirurgo?

Nicola: Non lo so, non… non ho ancora deciso…

Professore: Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.

Nicola: Cioè, secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?

Professore: E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…

Nicola: E lei, allora, professore, perché rimane?

Professore: Come perché?! Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Non credo sia un caso che la suddivisione della famiglia Carati sembri rappresentare l’intera società italiana: la figlia maggiore, Giovanna, magistrato, simbolo del sistema giudiziario; Nicola, il ribelle e sovversivo che, dopo aver viaggiato per l’Europa, torna ai suoi studi di medicina, e rappresenta il sistema sanitario; Matteo, il bello e l’intellettuale che, schiacciato dall’impossibilità di esprimere se stesso appieno, si rifugia in tutto ciò che non lo rappresenta, il servizio militare e l’azione, e rappresenta le forze dell’ordine, o del disordine, come forse saggiamente le chiama lo stesso Nicola; Francesca, la più piccola, che troviamo sempre a casa, è, non a caso, la moglie dell’economista Carlo, e insieme rappresentano, manco a dirlo, l’istituzione della famiglia e la base dell’economia italiana. Giorgia, infine, filo conduttore di tutta la storia, e causa apparente di tutto ciò che accade nel film, non è altro che il simbolo del popolo italiano, debole, maltrattata, vittima di istituzioni obsolete che non sanno aiutarla e la affossano sempre di più. Considero questo film un’analisi estremamente lucida della società e della psicologia italiana, ma vedo qualcosa che mi sembra un errore banale probabilmente voluto e spinto dalla fiducia e dall’orgoglio patrio, ma che gli anni hanno dimostrato essere semplicemente una visione poco lungimirante: Carlo e Francesca, simbolo secondo me della famiglia e dell’economia italiane, sono ricchi e, durante tutto il film, gli unici veramente felici e appagati.

Sono troppo giovane per ricordare quasi tutti i fatti descritti in quest’opera, e avevo appena 10 anni all’epoca dell’attentato a Giovanni Falcone, ma lo ricordo con estrema chiarezza. I vari membri della famiglia sono toccati in modo più o meno diretto dai fatti di cronaca che avvengono durante gli anni, vicende che, infatti, colpiscono l’intera società italiana. Ogni volta che qualcosa del genere succede, l’intera popolazione si stringe e si unisce nella condanna e nella sofferenza: Nicola ritrova Matteo e i propri amici a Firenze quando tutti si mobilitano per riparare ai danni causati dalla piena dell’Arno; tutti sono riuniti a Roma per Natale quando le BR decidono di eliminare Carlo e Giulia viene invece arrestata; Nicola incontra Giovanna a Palermo quando la mafia uccide Falcone.

Le vecchie generazioni sembrano ormai troppo stanche per continuare a combattere, e hanno solo le energie per raccogliere i cocci delle battaglie passate. Le nuove generazioni, invece, sembrano avere la forza per ottenere ciò che non hanno potuto avere i loro genitori: Sara è l’artista che Giulia non è riuscita a essere, e riesce a perdonare la propria madre per l’abbandono, quasi a rappresentare un’Italia che fa pace con in proprio passato di sangue; Andrea, invece, riesce a completare il viaggio che Nicola non aveva portato a termine e Matteo neppure aveva iniziato.

È una visione positiva, una speranza di un futuro migliore che ha imparato dagli errori del passato, un paese lacerato che, non sarebbe la prima volta, rinasce dalle proprie ceneri, che si ricostruisce dopo l’apocalisse che, si spera, ha spazzato via i dinosauri. D’altronde, è lo stesso Nicola a presentarci questa visione di incrollabile fede nella bellezza della vita:

Giovanna: Senti, ma lo sai che conservo ancora una cartolina che mi hai spedito da Capo Nord, nel ’66, in norvegese? Credo avesse una scritta. E sotto la traduzione diceva: “Tutto quello che esiste è bello!!!”, con tre punti esclamativi… ma tu ci credi ancora?

Nicola: Ai punti esclamativi no, non ci credo più.

Moral choices and foreign languages

I had a very interesting chat about free will the other day after reading this post, and I could not avoid relating it to what recent studies revealed about the influence of foreign languages over decision‑making processes. As Joseph says, when talking about hypothetically sharing his money with his neighbour because it is the best thing for both of them,

There are virtually no major questions in human lives that resolve themselves so neatly. Over and over, we find ourselves with incomplete information, making choices that may not lead to their intended outcomes. It is a vast enterprise of trial-and-error, and since nobody has that much more information than anyone else, it is essential to let individuals try things out for themselves, including stupid things.

We, therefore, make choices freely because we are ignorant and we have no complete knowledge of all the implications and consequences of those choices. If we had, we would always choose the greater good, because why shouldn’t we? Of course, we are now presented with a more complicated, and probably more saddening, issue: this freedom is nothing more than an illusion, since we still try to go for the greater good, and we consider different options just because we are not sure which one would lead us to that.

This brings us to the study co-published by the University of Chicago and the Pompeu Fabra in Barcelona. Some years ago, the UChicago had already published a study about the influence of foreign languages when people are confronted to risk‑taking decisions. This time, they analysed moral choices using two versions of the so called “trolley dilemma.” In the extreme one, the subjects, native speakers of English with Spanish as foreign language, were presented with this scenario: they are standing on a footbridge and they can see that a train is going to kill five people. Then, they were asked, in one of the two languages, what they would do if the only way to save them were to push another man on the tracks. The ones presented with the dilemma in their foreign language were more inclined to go for the utilitarian choice of actively sacrificing one person to save five. The team of the UPF ran the same test, independently, with native speakers of Spanish with English as a second language, and obtained an even higher percentage of people that would choose to actively sacrifice a human being to save five when asked in a foreign language.

The results go in the same direction as the ones of other researches like the one that showed that the use of swear words seems less offensive in a foreign language, because there is less emotional implication than there is when interacting in the native one. The reason would seem to be that we learn our mother tongue in an emotional environment, and we use it when, growing up, we develop our emotions and we have our first interactions. For example, we have our first arguments and we express our feelings using our L1. Sayuri Hayakawa, co‑author of the study at UChicago, says:

You learn your native language as a child, and it is part of your family and your culture. You probably learn foreign languages in less emotional settings like a classroom, and it takes extra effort. The emotional content of the language is often lost in translation.

Of course, these results have a huge importance in a globalised world, especially because international decisions are often made in a foreign language. In this respect, the two authors of the study say:

This discovery has important consequences for our globalised world, as many individuals make moral judgments in both native and foreign languages.  (Keysar, UChicago)

Deliberations at places like the United Nations, the European Union, large international corporations or investment firms can be better explained or made more predictable by this discovery. (Costa, UPF)

Back to our main subject of moral freedom, these results seem to support Joseph’s ideas: the experiment is hypothetical, so we have no political limitation, we can choose to kill a man without legal repercussions, and the only limit is our moral judgement. The fact of being less familiar with the foreign language, of being in a context of wider ignorance we could say, gives us more freedom of choice, loosening the grip of moral judgement. It remains to be analysed if our choices vary according to our level of fluency in the foreign language: are we more emotionally involved the more we improve our mastery of the L2? I still doubt the famous “war is peace, freedom is slavery,” but it definitely seems true that “ignorance is strength!”

 

 

When “Suitable for vegetarians” means everything but that!

This post is not strictly about vegetarianism as a lifestyle; it is, instead, about the use, and misuse of the word vegetarian and, particularly, of the expression suitable for vegetarians. Therefore, I ask for comments that are about the linguistic characteristics and not about the life choice, because that debate, although interesting, is not pertinent here.

I am one of those who are constantly reading the labels and the ingredients when buying food and drinks. Living in the UK, one of the most common symbols on packages is the one that guarantees that the product is suitable for vegetarians. I am no expert, but I know that vegetarian is a wide, blur concept that can include people who don’t eat meat and fish, but also those who don’t eat eggs or milk, or both. On a broader analysis, if I am not wrong, people can choose to be vegetarian not only to avoid eating animals, but also because they are against the modern farming techniques and, more in general, for an ecological reason, since the production of meat is, among other things, really damaging the planet.

With all these points clear, my question is: “What does suitable for vegetarians really mean?” I see it too often on packages of products that contain plenty of products that are not really suitable for vegetarians; even when they are, the company’s policies are sometimes awfully harmful for the planet and the environment.

Who knows me, have heard me talking about my choice of avoiding as much as I can consuming products that contain palm oil. This ingredient is possibly the worst oil that we can consume, both for our body and for the Earth, and if we don’t mind about our health, we should at least make sure that we are buying sustainable palm oil, which means that we are not destroying the forests and endangering the indigenous species, the gorillas in particular. Starbucks is one of those companies that uses, according to its website, 100% sustainable palm oil.

From my point of view, that you can share or not, if someone choses to be vegetarian should also be careful and buy products that are not damaging the environment. Too many companies declare that their products are suitable for vegetarians, but they should just be shut down for unethical practices against the planet. Krispy Kreme is one of them, since they use palm oil without specifying the sources, but not only. From direct sources, I know that in the UK they use Belgian chocolate, but what they do is to buy it from Belgium, send it to the US and then back to the UK because all the ingredients they use have to come from the States. We could say a lot about the chocolate, which should also come from sustainable sources, exactly as the coffee and this kind of products that are originally from countries that Europe uses to have cheap, underpaid products, but what concerns me now is not that, since I have no proven information about that in this case. What disgusts me is that a product that could reach London on a short truck trip has to go to the other half of the globe and back just to receive a stamp, wasting resources and polluting for no reason. Do you, vegetarians, still consider these products suitable for you and respectful of your lifestyle?

What makes me mad is that no real, binding legislation seems to exist about the labelling of products on this sense. Companies can simply write vegetable oil or suitable for vegetarians meaning whatever they want. The United States (forgive me if I keep praising them, but some examples are really worth to be followed) are a lot clearer on their labels, stating the kind of oil used almost always, and very often there is no palm oil in their products.

There is also another aspect that makes me sad: I have been working in a shop serving food for a very long time, and the vast majority of people asking: “Is it suitable for vegetarians?” really meant to ask if the products were halal certified. The two things are completely different, and they shouldn’t be used interchangeably, because it seemed too often to me as if “is it suitable for vegetarians?” were the politically correct version of “Is it halal?” There is no politically correct or incorrect in these cases (and there shouldn’t be in plenty of other cases as well,) no one should need euphemisms to ask these kind of questions!

It may be purely my impression, but I feel like the legislation in this field is too ambiguous, and the controls too weak, so everyone can declare anything without really having to prove anything about their practices or their supplies. The sad part is that I see very little hope for the situation to improve soon. The problem of animal testing, similar to this, is still in a similar situation, despite the decades of fights and the huge amount of laws, because the loopholes are still too large in numbers, and companies are more than happy of playing with language ambiguities.

Writing laws is easy, but proofreading them must be difficult

Divieto accesso non addetti

First things first, my apologies for what I’ve done to Tolstoy’s quote in the title. I am going to talk about laws and crimes, and that was one of mine!

I have been thinking about writing this post for quite a long time, remembering a funny English class in Salamanca with the unforgettable John Hyde. Today I have seen a link on Facebook, and the title seemed something similar, so I felt the need to finally really sit down and work to it. All started when John, determined to have our really mixed class learning English by the end of the year, brought us a copy of this article from The Telegraph with some funny laws still in use in England and abroad. I am also attaching a .pdf version of the articles so you can easily read them without ads and pop-ups.

Ten stupidest laws are named – Telegraph

Some of them are just funny, but others, unfortunately, are offensive and really discriminatory, as you can see with more details in this article:

Funny Laws 1

and in this extensive blog post:

Funny Laws 2

Before starting making fun of some of these examples, let’s pretend we are serious. I am briefly going to explain why some of these laws are still in use or why they even exist. The British law system is based on the common law, which means that there hasn’t been an extensive codification resulting in general rules. Its system is, instead, based on precedents, which stand as the examples used to judge cases including the same set of facts. This is why the laws are so specific; to give an example:

In Alabama, it is illegal to be blindfolded while driving a vehicle.

Does that mean that it is legal in the rest of the states? No, it means that probably in Alabama they had to face a case in which the driver was blindfolded, and to rule about that, while the other states never had a similar case.

Now let’s talk about some specific laws that are puzzling or funny. To start, please have a look at this link, because the comments to each law are really witty and I cannot hope to do such a good job!

My favourites:

It is illegal to die in the Houses of Parliament… You cannot have a law like this in Italy where, until recently, the youngest MP was aged 70!

Mince pies cannot be eaten on Christmas Day… Thank God I was in Italy for Christmas, because I totally had mince pies, and I also lured my dad into crime!

In the UK a pregnant woman can legally relieve herself anywhere she wants, including in a policeman’s helmet… Also, no one is going to double check if you are wearing your “baby on board” badge just to take the piss out of a policeman. Never an idiom was better used than this one!

In Switzerland, a man may not relieve himself standing up after 10pm… But no one will blame you if you tell your flatmates that it is illegal at all times; it may even work and you may not be afraid of walking into the bathroom!

In Switzerland, it is illegal to flush a toilet after 10pm… Ok, Swiss people, what is your problem with toilets after 10pm? Is it something like don’t feed the Gremlin after midnight?

In Florida, unmarried women who parachute on a Sunday could be jailed… Of course, they should go to the park and look for a man, it’s Sunday!

In France, it is illegal to name a pig Napoleon… But, apparently, it is legal to let it run the empire. No, wait, that really WAS Napoleon!

The only two states where divorce is illegal are the Philippines and The Vatican… Such a shame, it sounded so perfectly funny to go and live a life of sins in The Vatican!

In July 2013 a law was passed in China that states it is illegal for adult children to not visit their parents “often” in China. They are also required to attend to their parent’s spiritual needs… They needed a law for that? Emotional blackmail has worked so well for decades in Italy!

In Iowa, it is illegal for a man with a mustache to kiss a woman in public… I tried that one as well with my ex-boyfriend, but it didn’t work, he didn’t shave anyway!

In Kentucky, a woman cannot remarry the same man more than three times… Now I understand why Liz Taylor always tried to avoid Kentucky!

In France, it is stated as illegal to marry a dead person… It makes sense, that would kill the party!

In Samoa it is illegal to forget your wife’s birthday… Now stop looking up how to move to Samoa with your husbands!

In Australia, men are free to cross-dress, just as long as their dresses are not strapless… You know, melanoma is a huge concern in OZ!

In Massachusetts it is deemed illegal for a woman to be on top during sex. It is also apparently illegal in Massachusetts for a man and a woman who rent a room for the night to sleep in the nude… Wow, now I get all that obstruction to my plans to stay in Boston for the night!

No hanky panky allowed in Connecticut. A person who commits any unnatural and lascivious act with another person commits a misdemeanor of the second degree, punishable as provided in s. It is illegal for unmarried couples to commit lewd acts and live together… Well, let’s close this post right here, being thankful for being back to London, and trying to forget this before next trip!

Me versus “Her”: MT versus AI

Samantha: I want to learn everything about everything.

Theodore: I love the way you look at the world.

(Turns out she has the mind of a translator!)

Here I am, as promised, or threatened, some days ago on Twitter. On Sunday, I partly watched Her. It has been a really interesting moment, with a movie that, respecting my original thoughts, was not really a great way to convey a message that, on the contrary, was interesting. In any case, contrary to all that I could have imagined, it touched me and made me think about different issues.

When I first heard about this movie, I just thought it was another “let’s try and make a huge philosophical point about human beings by using a really complicated surrounding tech world that prevents 80% of the audience from understanding the movie at all, let alone from receiving the message” kind of movie (OK, I should totally start finding shorter names for movies genres!) So, with this idea, I was not too much interested in watching it. After having started, I can admit that it has some value and I should maybe finish it (it was not my decision not to watch it fully,) but I still think that it can fit in my genre.

In its defence, I have to say that this movie is powerful, and I am not only talking about the fact that you totally plunge into it almost without noticing what they have done to Joaquin Phoenix, even if, after, you feel an unstoppable desire to watch again Walk the line to wash away the Groucho Marx impression on your retina. No, seriously, I have gone through this one reliving in my mind different movies that, one way or another, tried to talk about the loneliness and depersonification of our modern society:

We begin with Theodore/Phoenix estranged from the rest of the world, living all his life through the vocal inputs that he sends to his phone. It reminded me immediately of Wall-E and the society that the little robot finds on the starship Axiom: a group of obese human beings who travel on floating chairs and whose needs are satisfied by the main computer, without any desire for them to move; in fact, they don’t even realise what is around them, or that there are other humans on their sides.

Then, Theodore buys Samantha/Johansson, and in front of my eyes the screen creates a complicated mix of You’ve got mail and Bicentennial man. Theodore is alone, recently separated but too scared to sign the papers for the divorce, because he has not fully recovered from those feelings. He is not really able or ready to flirt with another woman, or is not capable of seeing what he has around, because he is too lost in his self-pitying, introverted world in which he is only comfortable when dealing with his devices and expressing every side of himself through voice commands and electronic inputs. At the same time, he decides to try a new operating system and buys Samantha. She is an OS that is built with conscience and learns fast, creating a superior being that is only lacking a material body. If at the beginning it may seem silly that they feel something so strong for each other, very soon we see the OS becoming a complete person (with all the doubts and incoherencies that the movie cannot resolve), and very little difference exists between Theodore’s and Samantha’s relationship and any other taking place long distance.

Letting on a side the sentimental part, the main subject that I wanted to approach in this post were the similarities between the doubts about artificial intelligence, AI, and the ones about machine translation, or MT. MT is the translation delivered by a machine, with no human intervention, and must not be mistaken with computer assisted translation, or CAT. Examples of CAT are SDL Trados Studio, CatsCradle, and Déjà Vu, softwares that allow the translator to save time and optimise the time of a translation: Studio creates translation memories and makes them easily accessible for future works; CatsCradle helps translating websites without having to directly modify the HTML; Déjà Vu is a software similar to Studio, and combines TMs with example-based techniques to give the best matches to the translator.

On a complete different plan, MT just offers its final translation based on different techniques and without any human intervention. The most famous example is Google translate, but it is not the only one. There are different techniques that can be used for a MT, and the main ones are: rule-based MT, and statistical MT. The statistical MT uses bilingual corpora to translate similar texts, and the bigger the corpora, the better the results. It is the main technique used by Google translate. The rule-based MT, instead, mixes different techniques, using the entries of the dictionaries and interlingual representation of the source text to obtain a target text.

Now, translators often, not to say always, criticise Google translate, making it the cause of all the problems that we face in the translation market, but that is not correct. Of course, some ambiguous instruction booklets that I read and that said “not to touch the kids” instead of “keep out of the reach of children” are almost certainly Google’s creations, but that doesn’t mean that Google’s results are always horrible, and that we cannot use it to have a quick idea of what our friend published on Facebook in a language we don’t know. We just need to be careful and not trust literally all the results to avoid embarrassing situations, like when I wrote that my dad loved boiled fish, literally “likes it to die” in Italian, and my reader asked me why my dad would die if he would eat boiled fish!

This brings me back to the original idea for this post, which is the interaction with humans and computers. Of course, the movie poses problems more complicated than the simple human intervention in a machine translation but, in some ways, raises similar questions, like what will we do when the machines will be advanced enough not to need us anymore?, and will that day ever arrive?

As for the movie, I see the man/OS relationship as a metaphor for relationships facing some sort of separation, either physical or cultural, but also for the constantly growing human dependence from tech devices. Talking about MT, the debate about the possibility of it overtaking human translators has been on for decades, and the danger is no bigger now than it was when I started my studies. So far, computers have made translators’ lives easier and their work more productive with hugely accessible information, time-saving tools and simplified communication. As far as I am concerned, I think it will take a while before computers really threaten our lives, physically and professionally, and by that I mean that for now I still am the one able to throw the other to the wall, and not vice versa!

La Grande Bellezza

Ho trascorso tutte le estati della mia vita a fare propositi per settembre, ora non più. Adesso trascorro l’estate a ricordare i propositi che facevo e che sono svaniti, un po’ per pigrizia, un po’ per dimenticanza. Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che ci resta per chi è diffidente verso il futuro. L’UNICO. Senza pioggia, agosto sta finendo, settembre non comincia e io sono così ordinario. Ma non c’è da preoccuparsi, va bene. Va bene così. (Romano, La Grande Bellezza)

Mi ritrovo qua a presentarvi un post che sembra inserito nel mio blog tanto per scrivere qualcosa ogni tanto, ma ho sentito il bisogno di includerlo per due motivi: prima di tutto, per me questo film è stato parte di uno speciale momento di interculturalità, bilinguismo e superamento di differenze; ma non è solo quello, voglio anche dare spazio a questo messaggio, e non posso riuscirci via Facebook, limitato a chi fa parte dei miei amici, né via Twitter, che ci imprigiona in un numero ridotto di caratteri.

Tengo tantissimo alla libertà di poter esprimere il proprio parere se questo non offende gli altri. Ma, allo stesso tempo, è importante per me poter dire la mia se ne sento veramente il bisogno. Ora, dopo giorni dalla premiazione degli Oscar, continuo a leggere commenti, spesso vuoti, su La Grande Bellezza, e sono qua a dire la mia.

Ho adorato questo film, e da lì parte la mia analisi. Posso dire, con orgoglio, di aver visto questo film per scelta, perché veramente incuriosita, e di essermi addirittura impuntata per vederlo hic et nunc, spaventata dal rischio di trascinare all’infinito il progetto. Non l’ho visto perché forzata da una programmazione spavalda che, dedicata quasi interamente a programmi vergognosi, vuole vantarsi di un livello di qualità che il cinema italiano a volte raggiunge nonostante il pubblico. Prima di vederlo e, quindi, prima del premio, l’unica persona che conosco che avesse commentato il film era stata una cara amica italiana qua a Londra, Veronica. Mi sono fidata del suo parere su Facebook non solo perché lei adori il cinema e ne stia facendo il proprio futuro, ma anche perché la considero una persona intelligente, con una grande cultura artistica, una personalità fantastica, un’integrità ammirevole e un carattere che è impossibile non amare.

Nonostante non sia per nulla un’ammiratrice del cinema italiano recente, che per me significa probabilmente degli ultimi vent’anni, mi sono avvicinata a questo film con la mente aperta e libera da preconcetti, grazie anche alla garanzia della coppia Sorrentino-Servillo che mi ha regalato momenti di riflessione e puro divertimento con Il Divo. Non sapevo cosa aspettarmi, e non ho neppure letto la trama, e mi sono ritrovata immersa in un vortice di incomprensibile fascino. Il film è incredibilmente decadente, ma in un modo così raffinato e seducente che mi ha stregato. Fin dal principio, non ho potuto fare a meno di pensare che, finalmente, qualcuno avesse saputo ricreare La Dolce Vita a colori e limando l’oppressiva tristezza di fondo che quel capolavoro lascia per giorni nell’animo di chi lo guarda.

Jep Gambardella non è altro che William Forrester vivendo all’altro estemo dell’estraniamento. Tutto sembra esagerato, spinto, surreale, ma lo spettatore con un minimo di conoscenza dell’ambiente sa che non è affatto così, che il film è dolorosamente realista. Coloro che considero due tra le persone più importanti della mia vita sono scrittori, e il loro esempio ha portato anche me a scrivere a tempo perso, sia su questo blog che, in privato, racconti più o meno brevi. Da loro ho imparato che la scrittura è un’arma a doppio taglio, che da forza e coraggio perché permette di esprimere ciò che, parlando direttamente per se stessi, non si sarebbe capaci di portar fuori. Purtroppo, però, porta via anche linfa vitale, perché parte dell’essere dello scrittore viene relegato per sempre in qualcosa di estraneo, un’emorragia che priva il corpo di parte del fluido vitale, un horrocrux che imprigiona parte dell’anima dello scrittore in un oggetto esterno. Non è sempre facile accettare questo compromesso con la propria creazione: a volte, si sente il bisogno di lasciar uscire questo sangue che scorre con troppo impeto nelle nostre vene, e la pagina bianca diventa la nostra sanguisuga, che ci libera da ciò che non possiamo più tenere dentro e restituisce equilibrio al nostro corpo; altre volte, non possiamo lasciar andare ciò che ci opprime, come il fumo troppo saporito che non vogliamo rilasciare e tratteniamo per un secondo di troppo prima di espirarlo.

Capisco il rifiuto di chi non ha accettato o apprezzato questo film, per me è la versione riuscita di Magic Mike, che invece mi ha lasciato con lo stesso disgusto che mi è sembrato di aver sentito nei commenti che ho letto su La Grande Bellezza. Non sono riuscita a guardare per intero il film di Soderbergh, imprigionata in un disgusto e un fastidio legati alla mia situazione personale del momento e a un volontario ostacolo linguistico. La decadenza e l’autodistruzione che mi hanno bloccato all’inizio di quel film sono le stesse che mi hanno fatto desiderare di finire l’opera di Sorrentino, e che mi hanno permesso di apprezzarla e godermela.

Con gioia ho ritrovato cose del passato al guardare La Grande Bellezza. La musica è meravigliosa, e mi sono vista ballare le canzoni della mia adolescenza quasi senza esserne cosciente, con grande divertimento di chi stava guardando il film con me. Sono stata piacevolmente sorpresa nel vedere attori che per me sono sempre stati simbolo di un cinema facile che, invece di qualità, regala al pubblico film di serie B; artisti che, troppo attempati per continuare con le parti ridicole che li hanno portati alla fama, cercano di creare opere d’autore troppo tardi per essere presi sul serio. In particolare Verdone che, per me, non faceva qualcosa degno di nota dai tempi di Compagni di scuola e Perdiamoci di vista.

Si è parlato tanto dell’oscar mancato di Di Caprio, ma non si è detto che The Wolf of Wall Street è lo stesso film, girato con un filtro diverso nell’obiettivo della telecamera. La decadenza triste e pietosa che accompagna La Grande Bellezza diventa irriverente e urlata nel film di Scorsese ma, in fondo, sono la stessa storia. Voglio citare un post sul meglio del 2013, non perché valga davvero la pena in generale, ma perché mi permette di completare ciò che voglio esprimere:

2. The Wolf of Wall Street and La Grande Bellezza

Both of these movies are very long, and you know what? They’re still not as fucking long as a season of anything, including, I don’t know, Scrubs. Scorsese’s film is a classic American film about a huckster who gets very rich, and then, in a horrifying and tragic turn of events, becomes only well-to-do. La Grande Bellezza is a classic Italian film about an artist who is prevented from writing his second novel by a sinister conspiracy of women, champagne, really good meals, and wildly glamorous parties. (The soundtrack is also one of the best things about 2013.) Sexy, sad, and full of adrenaline, these films were both better than anything on television.

This is the next big thing, which (thanks in part to these two triumphs) is already here: the pleasure principle. All the taboo-breaking that seemed like it should have happened ten years ago, is going to happen over the next few years, in a glittering explosion of hedonism. Neither of these films have unhappy endings. Being wry is as serious as they feel compelled to be. It’s the IDGAF attitude implicit in This Is The EndNow You See Me, and Spring Breakers, without any of the unnecessary dumbing-down. Obviously, this trend is not exactly where my head’s at — cf. my epigraphs — but you don’t need a weatherman to know which way the wind blows. And it’s kind of overdue.

Also, NB: Italy apparently has exactly one male actor. I’m not saying he’s not good. He’s fantastic. It’s just surprising, is all.

L’unica cosa che mi resta da aggiungere, e in risposta a questa citazione, è che non abbiamo solo un attore in Italia, così come non avevamo solo un doppiatore, nonostante scherziamo costantemente su questo fatto. Ciò che succede è che, per fortuna, gli Stati Uniti ricevono le rare perle prodotte da un’industria cinematografica in rovina che vive ancora vantandosi di glorie vecchie di troppi decenni e non fa altro che sfornare prodotti scadenti in quantità sconvolgenti. Grazie Sorrentino per ricordarci, ogni tanto, che Fellini, De Sica padre, Antonioni, Comencini e altri grandi non hanno chiuso una pagina, ma creato esempi che il cinema italiano non ha dimenticato completamente.

“One year of love” for my blog

pooh bear 1 year old birthday cake

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Cliccate sulla bandiera per la versione italiana

 

Just one year of love is better than a lifetime alone (One year of love – Queen)

I’ll look back on myself and say “I did it for love” (It’s a hard life – Queen)

It is incredible, even for me, to think that this blog, my baby, already reached its first anniversary. A year is long, and full of events and changes, and so it has been for Une belle infidèle! Plenty of subjects, several posts, all marking my life, one way or another. One year has passed and, to celebrate that, I was planning to write about bilingualism, with a special guest and all the rest. Unfortunately, my guest cannot attend the planned session, so this project is now hopefully going to be divided in two entries: this one, to be released on the actual date of the anniversary, and a second one, as soon as I can manage to interview my guest.

The older readers and followers already know my opinion about bilingualism, but for the sake of this analysis, and because some distinctions are necessary depending on the cases, I am going to use the terms bilingual and bilingualism in the scientific sense, without judgments on my part. For this post, I am going to analyse different examples of people who grew up in a bilingual or multilingual environment. It is not meant to be a scientific research, because I have not followed this process myself, but I just asked the different people to tell me about their own experiences. Of course, I have myself been raised in a bilingual environment, because two languages were spoken in my house and also outside, by the rest of the community. I consider myself a native speaker of both Italian and Sardinian, although, as I already explained in this same blog, my knowledge of these languages is uneven. Timewise, I should say that I learnt both languages at the same time, with my parents speaking mainly Sardinian, and my brothers mainly Italian (they were already 10 year old when I was born, so already fully immersed in a monolingual learning environment that was also soon going to become mine.)

The situation had been, of course, completely different for my parents during their childhood. My lovely father, who still struggles understanding what a blog is, was happy to talk about the way he was raised, linguistically speaking, and also to cast some light on my mother’s childhood, according to what he can have learnt from her. Gino was raised with Sardinian as mother tongue; in his own words, there was no other language spoken at home, and if my grandfather was able to speak Italian, dad is not even sure that my grandmother could. We are talking about the early 30’s, and no one used to speak Italian at all, although they could understand it, because, asked about it, my dad confirmed that the mass was in Latin, but the sermon in Italian. My father had his first contact with Italian when he started the elementary education but, without even thinking about it, he immediately said that, apart from the few months that he spent in Piedmont, he actually started speaking Italian only when he was dating my mother, at the end of the 60’s, when he was almost 40 years old. This was the first time that I realised this truth, and I am amazed by the situation, and by him. His level of Italian is remarkable, he is a native speaker, no doubt about it, and, with the exception of some Sardinian-like grammar structures, he doesn’t mix the two languages. He is absolutely comfortable with both of them and, if he defaults to Sardinian, it is a choice, not a necessity to be able to express himself.

My mother’s case is different, she was raised with mainly Italian spoken at home, my grandfather being Tuscan and not having any knowledge of Sardinian whatsoever. The result was that Italian was spoken at home, and also the rest of the family from my grandmother’s side (grandparents, aunts, uncles and cousins) had to deal with that and default to Italian when grandfather Santi was present; moreover, during her childhood, my mother also used to spend several months every year in Tuscany with the other half of the family, in a monolingual environment in which Italian was the only spoken language. This is the reason why also my dad had to start speaking Italian constantly. Despite of this, I basically remember my mother mainly speaking Sardinian with my aunts and uncles, and also with my dad.

We were raised in a completely different way, in three different periods, with the result that Sardinian, despite the two separate cases, ended up being the main language for both my parents, while Italian is definitely the dominant one for my brothers and me. To be more specific, we are all native speaker of both languages, but I don’t consider myself completely bilingual. It is not only because I never studied Sardinian and can’t write it, it is also because I am fluent as far as I know, but I never really spoke about too complicated matters in Sardinian, it being the language I use to communicate with my family and, sometimes, my friends. For sure, Italian and Sardinian are completely separate for me, and so are for my brothers; if we use both languages together, it is consciously, because we prefer a specific word in the other language, because we always use it like that, or because we know that the other people will understand; on the syntactic level, instead, the distinction is complete. For our parents, as I said, lexically speaking, the situation was not different from ours, with conscious choices but, syntactically speaking, there often is, or was, a mix of grammar structures, with Italian sentences being sometimes formed using the Sardinian rules.

I know you think that this is just a post about my family and Sardinian in our own town, but it is more than that, with some friends who were kind enough to accept to share their experience with me, and with all of you; so, get ready for some very colourful examples. I guess it is fair to start with Alejandro, native speaker of Spanish and Galician, whose experience is similar to my personal one. He was brought up speaking Galician with his grandparents, and Spanish with his parents, but the situation is slightly different, because in Spain it is compulsory to teach 50% of the subjects in the co-oficial language of the region. When I asked him if he thinks he mixes the two languages, or used to mix them when he was younger, he definitely said that he does it consciously, either switching from one language to the other because he realises that he is among Galicians, or because he feels that only a Galician word can express what he is thinking. At that point, we realised that we were both thinking about the word morriña, that has no real translation in any other language.

A definitely more complicated example is Khadi. Native speaker of Arabic, French and Mandinka (Khadi, please correct me if I am spelling it wrong), Khadi is a perfect example of a child educated according to the OPOL principle (One-Person-One-Language), with each one of her parents talking to her using just one language. Her son, Moses, instead, was brought up in a multilingual environment, being in contact, on different levels, with English, French, Creole, Chinese, Arabic, Patois, and Yoruba. At the beginning, at home, especially Khadi used to use more than one language to speak with him, but she decided to stick just to English after a while because she felt that the child was mixing too much. Despite the fact that only English was spoken at home, Moses was still in contact with the rest of the languages, even Mandinka when talking with his grandmother. As a result, he can understand basic Chinese, Arabic and Mandinka, and fully understand French, which he also studies at school, but fluently only speaks English. When asked if she could do a comparison between her experience as a child, and her son’s, Khadi said that she tended to mix a lot less than Moses used to do or, at least, she did it consciously, while he did not.

As I said, this post wanted to be an introduction, and a more serious approach to bilingualism, without the sarcasm that I can hardly avoid when confronted with this subject. In fact, it is just a collection of experiences that people around me wanted to share, without the systematic analysis and the amount of data that a regular research would give. Hoping that we will manage to work on the second part, that was supposed to be the main one, I want to close adding some

SPECIAL THANKS

First of all, as promised, I want to thank my colleagues from Cagliari, who helped me immediately when I reached out on Facebook looking for bibliographical advice on this post: grazie Claudia Conca, Giorgia Corda, Stefania Giovanrosa e Simona Melis (in rigoroso ordine alfabetico).

Thanks to who participated to my posts with actual chats or interviews, or simply being quoted; especially, thanks to my wonderful dad: the bilingual poet, philosopher and storyteller known by the name of zio Gino.

Thanks to all my followers and readers, including the main inspiration of this blog: during this year you all showed me that it was worth to keep writing posts that were witty, sarcastic, boring, nerdy, romantic, sad, but were always part of me. Thanks for commenting, on the blog, on Facebook or privately, because every little message gave me satisfaction and showed me the way. All of you made me proud of being Une belle infidèle!

Halloween and much more.

2013-10-31 21.15.31

Oh dear! Oh dear! I shall be too late!

I know, I should have written this post yesterday, but carving my Tigger O‘Lantern took me some time, and here I am now, already in November and still talking about Halloween, but I can’t avoid it. I get pretty annoyed every time I hear things like “I don’t want to celebrate Halloween, it is another way for the Americans to try and invade us and to dominate the rest of the cultures; we also have our own traditions!” I promise that I hear this every single year, and I wouldn’t be surprised to see the same people clutching a bottle of Coke while they defend their solid principles. The only positive thing in this way of thinking is that, thanks to this frame of mind, some Sardinian ancestral traditions have been reestablished. The problem is that we should value our culture for what it is, not just because we think we are better than the rest of the world, therefore we bring back old festivities to demonstrate that we also have a culture. Where was all that respect for our history when other people’s festivities were less known?

All that said and done, let’s talk about the different ways of celebrating All Saints’ Eve. I want to start saying that I am no expert, I know very little about, but I have always been fascinated by it, and I researched a little the subject. Nonetheless, I would be glad if anyone with more knowledge wanted to add anything to this post. First of all, Halloween is not American, it has been imported in the States by the European immigrants, as plenty of traditions, and there it found its own expression.

Halloween comes from a mix of Celtic pagan and Christian celebrations, and its name is possibly a modification of the original All Hallows’ Eve, the night before All Saints. The longer winter nights were believed to be an easier access to our world for fairies and spirits, and the pagan rites included lighting up candles for the souls and bonfires to keep away the evil spirits, and divination using apples and nuts. The well known “trick or treating” seems to have its origin in the Christian souling, when kids, with their faces painted in black with the coal from the bonfire, used to go door-to-door asking for a piece of souls cake in exchange for the promise of praying for the departed souls close to the contributor.

The tradition of carving pumpkins, as well, comes from the UK and Ireland, where turnips were carved to carry a lantern to scare away the spirits. When this custom arrived to the States, the Americans started using pumpkins instead of turnips because they were the local product, and they were also easier to carve. On Wikipedia I also found the legend of Jack O’Lantern, and I want to share it with you:

On route home after a night’s drinking, Jack encounters the Devil who tricks him into climbing a tree. A quick-thinking Jack etches the sign of the cross into the bark, thus trapping the Devil. Jack strikes a bargain that Satan can never claim his soul. After a life of sin, drink, and mendacity, Jack is refused entry to heaven when he dies. Keeping his promise, the Devil refuses to let Jack into hell and throws a live coal straight from the fires of hell at him. It was a cold night, so Jack places the coal in a hollowed out turnip to stop it from going out, since which time Jack and his lantern have been roaming looking for a place to rest.

(Encyclopedia of Death and Dying (Glennys Howarth, Oliver Leaman), Taylor & Francis, page 320)

All the claims about our traditions being also about the souls, and therefore the fact that we don’t need to adopt other countries festivities don’t take into account, for ignorance or excess of parochialism, or both, the fact that several experts affirm that Sardinian people come from the Celts as well, and that is why we have similar music and dances, sacred places and, of course, festivities. In the centre of the Island, on All Saints’ Even, is celebrated something similar to Halloween, and the name changes according to the town. The two I heard of are Is Animeddas and Su Prugadòriu (literally, “The Little Souls” and “The Purgatory”), and they also are dedicated to the souls. The kids go door-to-door and ask for a donation using our version of the “trick or treat”: some examples are Seus benius po is animeddas” or “Mi das fait po praxeri is animeddas” (“We are here for the little souls” or “Would you please give me the Little Souls?”) It is common in our language to call the actual donation with the same name of the festivity, so the treat become “the little souls” in November,Sa Zipuledha(“the little doughnut”) for Carnival, and Su Candeberi (“the candle holder”) on New Year’s Eve in Gonnosfanadiga. Apparently, on All Saints’ Eve, Sardinian kids also wear disguises, play tricks and receive sweets; in the past the treats were nuts and chestnuts, winter cakes likesu pani ‘e saba, and fruits.

If you are wondering how I celebrated Halloween here in London, I can tell you that. I carved my Tigger O’Lantern, prepared tiramisù and watched Dark Angel and Midsomer Murder, is that scary enough? I also have some Cadbury Scream Eggs, but I will keep them for now, I still have a lot of fudge to eat!

I waffle, therefore I am… linguistically happy!

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La mia prima settimana di lavoro è ormai giunta al termine, e devo ammettere che è stata veramente piena. I giorni liberi, in particolare, sono stati dedicati a tante attività e riflessioni: mi sono trasferita e ho iniziato ad arredare la mia stanza, mi sono occupata dei vari aspetti burocratici in sospeso, ho passato tanto tempo con amici vicini e lontani, e mi sono anche bevuta una bella birra in un pub. Come se non bastasse, per riempire e dare sapore a questi giorni frenetici, si sono unite anche le lingue.

Mercoledì ho condiviso il turno con Daniele, un ragazzo italiano simpaticissimo con cui è un piacere sia lavorare che chiacchierare. Tra una gaufre e un gelato, abbiamo parlato tanto di lingue, una passione che abbiamo in comune, visto che lui ha studiato al liceo linguistico. Milanese, con il ramo materno della famiglia che viene dalla Sicilia, si trova ormai, come tanti, nella situazione di chi capisce ma non pratica la lingua dei nonni, e parla il proprio dialetto ma, ormai, vede l’influenza che l’italiano esercita su di esso. La sua situazione non è poi così diversa da quella di noi sardi che, come ho già detto in post precedenti, stiamo abbandonando, volontariamente o inconsciamente, la lingua della nostra terra. Molti di noi, infatti, la capiscono ma non capaci di esprimersi correttamente (molti neppure in modo scorretto).

Come ho già detto qui, in risposta al commento di Nuria, è un peccato che queste lingue si perdano, perché sono una grande ricchezza, e tramandano molto più di semplici parole: sono la rappresentazione della storia e delle tradizioni che accompagnarono le nostre terre e i nostri avi per secoli. Una dimostrazione chiara di ciò sono le tantissime parole di origine spagnola che abbiamo in sardo, e che sono un retaggio di secoli di dominazione da parte delle varie corone della penisola iberica. Per gli stessi motivi, mi ha detto Daniele, il milanese ha tante parole derivate dal francese.

Sono questi casi da considerarsi semplici coincidenze, o piuttosto esempi chiari di come la lingua sia una spugna che assorbe tutto ciò che la circonda e le succede attorno, plasmandosi, modificandosi, evolvendosi senza sosta? La diminuzione lenta dei parlanti di una lingua equivale a un libro di storia a cui mancano delle pagine: perdiamo la conoscenza di quella parte del passato trattata in quei capitoli, ma è comunque qualcosa a cui si può porre rimedio, recuperando le informazioni anche se in ritardo, e cercando di tramandarle comunque. La soppressione sistematica e volontaria di una lingua, invece, mi ricorda le azioni di alcuni docenti che, basandosi su non si capisce bene che prove, affermano che certe vergogne del secolo scorso siano semplicemente delle invenzioni degli avversari: il tentativo di rinnegare e cancellare un passato che, ci piaccia o no, fa parte di noi.

Ma, in questi giorni, ci sono stati anche altri momenti che mi hanno fatto riflettere sulle lingue e sul rapporto che le persone hanno con esse. Il mio secondo giorno libero è stato dedicato alle varie compere per finire di arredare la mia nuova camera che, grazie all’aiuto delle mie coinquiline, ha subito una trasformazione radicale e ha solo bisogno di un quadro sul camino per essere fantastica. Essendo in giro a Hammersmith, ho pensato immediatamente di passare a salutare Suzy nella sua gelateria, e di farmi una chiacchierata con lei. Nonostante sia brasiliana, abbiamo sempre parlato spagnolo tra di noi, anche perché, nonostante ci provi, il mio portoghese deve ancora fare tanta strada per potermi permettere di mantenere una conversazione lunga. In ogni caso, ci provo sempre, e stavolta abbiamo anche deciso di vederci spesso, e di praticare un po’. Non è stato solo un piacevole pomeriggio multilingue, ma anche una parentesi che mi ha fatto ricordare uno dei periodi peggiori passati qua a Londra, e che ho condiviso proprio con Suzy.

Quando lei e io lavoravamo insieme, per una compagnia il cui rispetto per i dipendenti è probabilmente uguale a quello per l’ambiente, avemmo dei problemi per il fatto di non parlare esclusivamente inglese tra di noi. La cosa triste è che non si fossero lamentati i clienti, degli anglofoni che, “in casa loro”, non si sentivano a proprio agio a sentire parlare una lingua che non capivano. No, chi si lamentava erano i nostri superiori (a livello gerarchico, ma decisamente inferiori sotto tutti gli altri punti di vista). E qua arriva l’aspetto peggiore, perché queste due persone erano entrambe straniere. Uno era un indiano che, in teoria, avrebbe dovuto rispettare il multilinguismo più di chiunque altro, visto l’ambiente in cui era cresciuto, e visto che non faceva altro che trascorrere ore a parlare nelle sue lingue con gli amici e chiunque passasse a salutarlo in negozio (e quindi anche davanti ai clienti); l’altro era un polacco che rinnegava la propria nazionalità e la propria lingua, e che si vantava di parlare sempre e solo in inglese anche con la sorella.

Mi chiedo ancora come sia potuta restare per sei mesi in un ambiente di quel tipo, e non riesco a darmi una risposta. In ogni caso, quando questa situazione venne alla luce, mi cercai immediatamente un altro lavoro. Per fortuna, ne trovai uno in cui mi hanno sempre trattata con rispetto, e devo ammettere che la prima cosa che mi colpì quando mi presentai al colloquio fu che mi dissero: “Fantastico, parli tante lingue, ci farai veramente comodo con tutti i turisti che frequentano i nostri negozi!” Fu la prima cosa che raccontai al tornare a casa, perché era stata una liberazione e una grande differenza rispetto al posto precedente. Non solo quello, quando iniziai a lavorare per loro, mi dissero che avevano deciso di farmi stare in un negozio diverso da quello scelto all’inizio, e proprio perché le mie combinazioni linguistiche sarebbero state ancora più utili nella nuova destinazione. Non potevo essere più felice: mi stavano dando modo di fuggire dal vecchio, orrendo lavoro, mi trattavano bene e valorizzavano le mie competenze linguistiche. Non sarà il lavoro migliore del mondo, né il più adatto alla mia preparazione in generale, ma non sarà poi così male se, non appena ho deciso di tornare a Londra, li ho contattati immediatamente e sono tornata da loro!

Io mi ero liberata dalla repressione della vecchia e disgustosa compagnia, ma Suzy? Anche lei non durò poi tanto, forse un mese in più di me, ma poi si licenziò, e ora è la padrona della meravigliosa gelateria che vedete nel link. Come funziona nel suo negozio? Ognuno parla quello che vuole, sempre rispettando i clienti. Una delle impiegate è brasiliana come Suzy, e tra loro parlano sempre in portoghese, o in spagnolo se ci sono io. Questo non significa che non servano cortesemente i clienti in inglese o che non assolvano correttamente il proprio dovere; semplicemente, se devono chiarire una cosa tra di loro, o spiegare qualcosa di nuovo, preferiscono farlo nella propria lingua, e giustamente, per essere sicure di dire tutto nel modo più corretto possibile. Inoltre, è ovvio che in quel modo si sentano più a proprio agio, così come io posso parlare in inglese con mio fratello quando serve, ma preferisco comunque farlo in italiano, come è sempre stato per trent’anni. In fondo, al lavoro devi stare bene, non sentirti fuori posto e criticato costantemente; se parlare più di una lingua diventa un handicap piuttosto che un punto a nostro favore, allora abbiamo un serio problema, almeno secondo me!

La mia prima volta… come babelista!

Come ho già accennato nell’introduzione, sono reduce da 5 giorni a Firenze, dove ho collaborato con Babels. Come molti di voi sapranno, Babels è una rete di interpreti e traduttori volontari che collabora con i fori sociali. Per avere più informazioni, potete consultare il loro sito o chiedermi informazioni. Nonostante per me fosse la prima volta con loro, ho già avuto altre esperienze come interprete volontaria in ambienti simili, perché per ben tre volte ho collaborato con Agape Centro Ecumenico, altro gruppo splendido su cui vi consiglio di informarvi, se non lo conoscete già; potrete trovare tante informazioni sul loro sito.

Per interessi personali e per formazione accademica, mi sono sempre interessata ai temi della solidarietà, del commercio equosolidale, delle condizioni di lavoro giuste, dell’ambiente e di tanti altri temi che ho poi ritrovato spesso nelle mie interpretazioni. Stavolta, a Firenze, per fortuna e per caso, sono capitata nelle discussioni sulla costruzione di “infrastrutture inutili” (TAV in Val di Susa e aeroporto di Notre Dame des Landes di Nantes per citarne due), e sull’acqua come diritto per tutti. Diciamo che, praticamente, è stato come continuare il discorso iniziato quest’estate ad Agape, in particolare nel primo caso.

Una delle prime cose che mi hanno insegnato tanti anni fa, al cominciare gli studi di interpretazione in quel di Cagliari, è stata: l’interprete è colui che sa poco di tutto ma molto di niente. Ed è vero, dobbiamo conoscere qualcosa di ogni campo del sapere e della vita, perché un giorno ci può capitare di avere a che fare con i testi biblici e l’indomani con il diritto romano o con il settore turistico in Spagna (per citare temi di cui mi sono occupata). Ma, in realtà, non possiamo veramente essere esperti di nulla, a meno che non ci specializziamo su un determinato argomento (ovviamente, questo è più facile per un traduttore che per un interprete). Ebbene, così mi sento ogni volta che entro in cabina: non importa quanto mi sia preparata sul tema, ci sarà sempre qualche termine che mi sfugge, qualche espressione che non conosco, un accento che mi fa dannare. In questi giorni, per esempio, ero tranquilla perché durante l’estate avevo avuto modo di conoscere la situazione dei gruppi NO TAV dai diretti interessati, e pensavo che quelle sessioni di interpretazione sarebbero state una passeggiata, ed ecco che si aggiungono gli altri gruppi di protesta di cui conoscevo poco o nulla. La sorpresa mi ha destabilizzato, ma ho imparato qualcosa di nuovo, ho conosciuto una nuova realtà e, ancora una volta, mi sono resa conto che, nel caso il detto you live and learn non sia stato inventato da un interprete, dovremmo comunque decidere assumerlo come nostro motto!

L’altra cosa meravigliosa di queste situazioni è, senza dubbio, l’ambiente multiculturale e multilingue in cui si è immersi per qualche giorno. Noi interpreti/traduttori, e linguisti in generale, lo diamo spesso per scontato, ma poi qualcuno ce lo fa notare e ci accorgiamo che non è la cosa più normale del mondo. Ed è proprio ciò che mi è capitato, per ben due volte nella stessa notte, qualche giorno fa. Ero al telefono conuna persona statunitense, e parlavamo in inglese; nel frattempo, stavo passeggiando con i colleghi per le strade di Firenze e ho chiesto a uno di loro delle informazioni in francese. Più tardi, a casa, sempre mentre ero al telefono e parlavo in inglese, la mia compagna di stanza è arrivata e mi ha chiesto qualcosa in spagnolo. Per me sarebbe stato perfettamente normale, se dall’altra parte della linea non mi avessero detto qualcosa del tipo “è fantastico che veniate da tanti paesi diversi e abbiate la possibilità di parlare così tante lingue”. Aveva perfettamente ragione, lui riesce sempre a cogliere il particolare più pregnante e degno di nota di ogni situazione, e in quel caso era proprio quello: in queste occasioni non ci sono barriere, ancora meno linguistiche, e se anche ci fossero, noi interpreti siamo lì proprio per abbatterle!

Dopo queste brevi riflessioni, appena accennate, sulla vita degli interpreti, vi offro il corrispettivo di you live and learn in altre lingue:

Nunca te acostarás sin saber una cosa más (spagnolo)

Non si finisce mai di imparare (italiano)

Nisciunus nasciri imparau (sardo)